LA REPUBBLICA SI FONDA SU L’ESEMPIO DI UOMINI COME MIO NONNO LORETO
Share2Mio nonno Loreto non c’era. Era morto qui, due anni prima. Non ha visto quel voto, non ha visto la Costituzione, non ha visto niente di quello che è venuto dopo.
Eppure quella Repubblica è anche sua. È anche loro — di ciascuno dei trentatré che ricordiamo oggi.
Claudio Rosini iscritto A.N.P.I. Marsica, suo intervento del 4 giugno a Capistrello
Due giorni fa l’Italia ha compiuto ottant’anni. Non come nazione — come Repubblica. Il 2 giugno 1946 gli italiani votarono per la prima volta insieme, uomini e donne, per decidere che forma dare al paese che volevano costruire.
Mio nonno Loreto non c’era. Era morto qui, due anni prima. Non ha visto quel voto, non ha visto la Costituzione, non ha visto niente di quello che è venuto dopo.
Eppure quella Repubblica è anche sua. È anche loro — di ciascuno dei trentatré che ricordiamo oggi.
Non è una metafora. È letteralmente così: senza la Resistenza non c’è la Repubblica, e senza i morti di Capistrello — senza i morti di tutte le stragi, di tutte le battaglie, di tutte le scelte pagate con la vita — la Resistenza sarebbe stata qualcosa di diverso, di più fragile, forse di insufficiente. La Costituzione che ci siamo dati nel 1948 è scritta in risposta diretta a quello che era successo qui, e in mille altri posti come questo. L’articolo 1 — l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro — non è un’idea astratta. È la risposta a un mondo in cui contadini come mio nonno non contavano niente. I diritti inviolabili, il ripudio della guerra, la dignità della persona — non sono principi filosofici. Sono cicatrici trasformate in regole.
Ed è per questo che siamo qui.
Ogni anno torniamo in questo posto a fare una cosa che il mondo ormai fatica sempre di più a capire: ricordare qualcuno che non c’è più, qualcuno che la maggior parte di noi non ha mai conosciuto. Io non ho mai conosciuto mio nonno Loreto, e parlo di Lui, perché era mio Nonno ma lo prendo a simbolo di ciascuno dei 33 martiri; nessuno di noi ha mai conosciuto nessuno di coloro che sono stati uccisi, ma nonostante questo siamo qui.
E allora qualcuno potrebbe chiedersi — a cosa serve essere qui?
Serve. Serve eccome.
Perché coloro che sono morti qui, come in tante altre stragi nazifasciste, non sono morti soltanto per una causa astratta. Sono morti perché vivevano dentro una rete di relazioni — erano padri, fratelli, mariti, figli, vicini di casa, compagni di lavoro. Ed è questa rete di relazione tra le persone che ha fatto sempre paura alle dittature, ai regimi fascisti e autoritari. Erano persone che portavano dentro, senza averlo studiato ma vivendola, una consapevolezza che noi oggi stiamo faticosamente dimenticando: che la propria vita è intrecciata con quella degli altri, che non si vive davvero da soli, che il bene di uno dipende dal bene di tutti. Una consapevolezza che, in quel momento storico, ha avuto un nome preciso: Resistenza. Loro, probabilmente, non lo sapevano — la loro condizione sociale non gli aveva permesso di sviluppare una coscienza politica — ma quella consapevolezza ce l’avevano lo stesso, nel modo più concreto e più vero: sapevano che il tuo vicino è parte di te, che la sua libertà è anche la tua, che la sua vita e la sua morte ti riguarda.
Eppure oggi quella consapevolezza si è assottigliata. Lo vediamo nelle contraddizioni che ci circondano: la ricchezza cresce ma con essa cresce la povertà. La tecnologia avanza, e con essa si restringono gli spazi in cui le persone decidono davvero della propria vita. Ma questi non sono fenomeni naturali, sono il risultato di processi storici, di scelte politiche, di equilibri di potere che si sono costruiti nel tempo.
C’è poi qualcosa che accade a un livello ancora più quotidiano.
Le difficoltà che viviamo — la precarietà, l’insicurezza, la fatica di arrivare a fine mese — vengono sempre più spesso percepite e definite come problemi individuali, come segni di un fallimento personale. Ognuno porta da solo un peso che invece potrebbe, anzi dovrebbe essere condiviso, e fatica a riconoscere nella propria esperienza quella degli altri.
In questo modo si allenta un filo prezioso: la capacità di riconoscere la propria condizione in quella di chi ci sta accanto, di trasformare un’esperienza individuale in qualcosa di collettivo.
Il filosofo francese Edgar Morin, scomparso appena pochi giorni fa a 104 anni, che ha vissuto l’esperienza della guerra e della resistenza francese, ha scritto che l’etica deve formarsi nelle menti a partire dalla coscienza che l’uomo è allo stesso tempo individuo, parte di una società, parte di una specie. È una frase semplice, ma contiene tutto. Quando perdiamo quella triplice coscienza — quando ci vediamo solo come individui, separati dagli altri e dal mondo — perdiamo anche la capacità di capire quello che succede a noi e quello che succede intorno a noi.
Quando le tre dimensioni dell’umano si separano — quando il singolo si stacca dalla società e dalla specie — e la dimensione individuale diventa l’unica lente attraverso cui guardiamo il mondo, si spezza qualcosa di essenziale: la capacità di immaginare che le cose possano cambiare.
E quando immaginare l’alternativa diventa difficile, la politica tende a restringersi: diventa gestione dell’esistente invece che tensione verso la trasformazione, amministrazione delle crisi invece che comprensione delle sue cause.
E insieme a questo, si è fatto più corto l’orizzonte del futuro. Il mondo torna a riempirsi di guerre. Non una, non due — molte, sparse, simultanee. Conflitti che sembrano lontani finché non lo sono più, che consumano vite e risorse e possibilità, e che ci ricordano con brutalità che la pace non è mai uno stato permanente. È qualcosa che si costruisce, che si sceglie, che si difende ogni giorno. Esattamente come avevano sperimentato gli italiani e gli europei 80 anni fa: la pace non è un dato acquisito per sempre ma una conquista per cui valeva e vale la pena rischiare tutto.
Oggi quelle regole che ci siamo dati le diamo per scontate, quando va bene. Quando va male, le usiamo come arma retorica — ciascuno cita la Costituzione per dire quello che vuole. Eppure due giorni fa, il 2 giugno, migliaia di persone si sono fermate a celebrare la Repubblica. Cerimonie, discorsi, bandiere. È giusto che sia così. Ma forse il modo più onesto di celebrare questi ottant’anni non è celebrare le istituzioni così come sono — è chiederci se siamo ancora all’altezza di quello che la Costituzione chiede. Se la Repubblica che viviamo ogni giorno — nel lavoro, nelle scuole, negli ospedali, nel modo in cui trattiamo chi è più fragile, nel modo in cui guardiamo chi arriva da lontano — assomiglia ancora a quello che i morti di Capistrello, senza saperlo, avevano reso possibile. La Costituzione non è un monumento. È una promessa. E le promesse vanno rinnovate ogni giorno, non solo il 2 giugno.
Ecco perché la memoria non è solo un ricordo né è nostalgia — ci parla del nostro presente e del nostro futuro.
I martiri di Capistrello non sono simboli. Sono persone reali così come reali sono i loro figli, quelli veri e quelli ideali, che hanno scelto in questi ottant’anni di non lasciar spegnere la loro memoria, di trasformarla in esempio per chi sarebbe venuto dopo. Persone che avevano capito una cosa precisa: che la propria condizione era legata a quella degli altri, che la libertà non si tiene per sé mentre gli altri la perdono, che il conflitto tra chi ha potere e chi lo subisce non è un’invenzione, ma una realtà da guardare in faccia. E che guardarla in faccia — darle un nome, organizzarla, trasformarla in azione collettiva — è l’unico modo per cambiarla. I martiri di Capistrello e delle tante stragi perpetrate dai nazisti e dai loro alleati fascisti, traditori della patria, con il loro sacrificio hanno spinto i loro figli ad essere uomini capaci di immaginare un futuro diverso; di avere la capacità di vedere le cose che non funzionavano, di dargli un nome e di agire insieme per cambiarle: è questa l’eredità che stiamo rischiando di disperdere.
Io non ho potuto conoscere mio nonno. Non so come parlasse, come ridesse, come si arrabbiasse. Non so cosa pensasse la mattina del 4 giugno 1944.
Ma so che era qui. So che la sua vita — e la sua morte — hanno avuto un peso. E so che il modo più onesto in cui posso onorarlo non è solo pronunciare il suo nome una volta all’anno.
È cercare, nella vita di ogni giorno, di non dimenticare quello che lui e gli altri contadini sapevano naturalmente: che siamo legati gli uni agli altri. Che vivere bene significa anche fare in modo che gli altri possano vivere bene. Che la comunità, la capacità di sentirci parte di un tutto non è un’idea romantica — è la cosa più concreta e necessaria che abbiamo.

