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Le conseguenze della guerra nel nostro sistema di vita

di Gino Milano

La barbarie della guerra continua a mettere a nudo un mondo – quello attuale – in cui la guerra e l’uso di armi sempre più sofisticate e micidiali si sottraggono oramai ad ogni minima regola morale, sfuggono ad ogni intervento e ad ogni controllo di Organismi internazionali.

Da un lato c’è la protervia governativa di menti folli, ad Ovest come ad Est del planisfero, sollecitata dall’avidità senza limiti del mercato guerrafondaio: le scelte politiche sono asservite a poteri finanziari e ideologici che di fatto determinano le sorti del pianeta. Dall’altro lato ci sono miliardi di persone poste inesorabilmente di fronte alla macabra partita giocata dai dominatori del mondo, alla quale assistono come sonnambuli, o come esagitati per l’uno o per l’altro dei contendenti come tifosi da stadio, con leader politici e rappresentanti dei media che si schierano, provocano e insultano in un crescendo senza fine, mentre aumenta una progressiva militarizzazione delle coscienze “nazionaliste”.

Da anni il “popolo della pace” va denunciando questo stato di cose, cercando di destare il sentimento di cittadinanza e di partecipazione, facendo appello ad azioni di resipiscenza politica, a pianificazioni economiche alternative al sistema bellico, alla ricerca di altre risorse energetiche, all’applicazione delle norme del diritto internazionale, alla valorizzazione dei trattati internazionali, all’efficacità dell’Organizzazione delle Nazioni Unite…

Di fronte alla gente che invocava pensieri e pratiche di pace, ci siamo lasciati contagiare da un’amnesia con effetto placebo nei confronti della guerra in atto, a tutti noi lontana per età anagrafica e per situazione geografica, impegnati tutt’al più a consolidare i confini della nazione e a celebrare gli eroi del bene (noi) contro i fautori del male (gli altri).

Non ci hanno scosso i massacri e i genocidi di cui abbiamo pur avuto consapevolezza attraverso i video e le foto sui mass media e sui social, come, ad esempio, il volto di Mia, la bambina ucraina partorita sotto i bombardamenti a Kiev da una mamma che cercava di raggiungere il rifugio antiaereo; o il volto di Hind, la bimba di cinque anni ritrovata morta sulla striscia di Gaza dopo essere rimasta intrappolata per ore in un’auto sotto il fuoco israeliano accanto ai cadaveri dei suoi parenti. Due simboli dei milioni di persone che “stanno dentro” conflitti armati “lontani” e comunque separati da noi, come ci racconta ogni volta Francesco Barone di ritorno da Goma (Congo), epicentro di scontri devastanti ed emergenze umanitarie inenarrabili.

E poi accade l’inatteso. Ora l’escalation militarista e guerrafondaia, la follia dei nazionalismi e il cinismo dei mercati finanziari sembrano aver aperto una breccia nelle nostre menti. È dovuto a quei grafici negativi elaborati dal sistema delle reti turistiche che evidenziano le prenotazioni annullate in massa verso le zone di villeggiatura e i paradisi artificiali dei Paesi arabi. È dovuto a quelle foto che mostrano spiagge desolate, alberghi deserti, ristoranti e locali di gioco, svago e divertimento totalmente svuotati. Stanno rivelando a tutti come le conseguenze della follia e dell’arroganza dei potenti della Terra ci riguardano, entrano nella nostra vita, apparentemente fuori portata dai “giochi di guerra”.

Come pure il balzo esponenziale del prezzo dei carburanti, del gas, dell’energia elettrica è direttamente collegato a quei “lontani” scenari di conflitto bellico, e anche alle tante non-scelte prodotte dai conduttori della nostra politica e della nostra economia negli ultimi anni. Ora sembra tutto irrimediabilmente compromesso. Il re (o la regina) è nudo e arranca nella ricerca di soluzioni finora inesplorate.

Non ci hanno scosso le morti e le distruzioni di popoli e città (che pure erano sotto i nostri occhi); ora ci scuote l’instabilità delle nostre tasche, delle quali cominciamo a provare il precoce svuotamento!

Ora ci accorgiamo che la PACE ci riguarda tutti, e che la guerra, con le sue terribili conseguenze, ci interessa da vicino, ci mette paura. Vorremmo rispondere all’agitazione che ci prende ed esigiamo urgenti mediazioni risolutorie.

Ci ha scosso la notizia che ieri al Cardinale della Chiesa Cattolica, mons. Pizzaballa, e al Superiore della Curia Custodiale di Terra Santa, il francescano Padre Ielpo, sia stato negato dalla Polizia israeliana di recarsi al Santo Sepolcro per concelebrare la Santa Messa della Domenica di Passione… eppure sappiamo tutti, da decenni, che a migliaia di palestinesi non è permesso di spostarsi liberamente nei loro territori e di convivere con famiglie, parenti ed amici, e viene negato il diritto di lavorare quella terra, persino di abitarci, a causa dell’innalzamento di muri di separazione e di occupazione coloniale della Cisgiordania. A Gaza è stato – ed è ancora impedito – che “passino” generi alimentari per un milione di persone affamate, l’acqua per gente assetata, coperte per ripararsi dal freddo, prodotti per l’igiene e medicinali per la cura da malattie…

E sempre ieri – inizio della Settimana Santa – quali sussulti di pace (e delle necessarie azioni per renderla possibile) abbiamo avuto noi cristiani mentre raccoglievamo e agitavamo i rami di ulivo nella liturgia della Domenica delle Palme? Di quale urgenza pacificatrice ci siamo sentiti operatori, e anche portatori verso i non credenti o verso coloro che semplicemente si sentono lontani dai riti delle nostre Chiese? Quali messaggi abbiamo ricevuto dalle processioni che rievocano l’ingresso a Gerusalemme di Gesù Cristo, in quell’atto di umiltà e di mitezza che sfidava frontalmente l’occupazione militare e il collaborazionismo religioso, ovvero quegli stessi “poteri forti” che di lì a poco avrebbero decretato la morte violenta di quell’uomo che si era dichiarato Figlio del Dio della Pace e del perdono?

Quei rami di palma oggi sono ancora intrisi del sangue dei giusti, di quell’umanità ferita, scacciata, sottomessa alla prepotenza delle armi, preda dei piani di guerra che ora stanno raggiungendo anche noi, e smuovono il nostro sistema di vita, le nostre sicurezze, le nostre prigionie morali.

Adesso non ci è dato più di essere soltanto “spettatori” dei teatri di repressione e di morte. Cominciamo a sentirci infastiditi dalla tragicità della guerra, non più indifferenti nelle nostre comodità vacanziere e ricreative. Cominciamo a renderci perfettamente conto che il costo della follia e delle irragionevoli scelte di alcuni potenti di turno lo abbiamo iniziato a pagare tutti. Un coinvolgimento dal quale nessuno può sentirsi esente.       

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