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Inferno canto V-il punto di vista del Professor Francesco

 In questi giorni in cui si parla tanto di Dante, credo sia da parte mia doveroso chiarire alcune mie posizioni sull’utilizzo strumentale di Dante ad opera di giornalisti e imbonitori. A questo scopo vorrei proporre una riflessione su alcune letture del canto V dell’Inferno, il più gettonato, ridotto ad una bella poesia d’amore, con la conseguenza di orientare il pubblico verso un fraintendimento inaccettabile.

Partiamo da alcuni presupposti.

• Dante era convinto di dover assolvere ad una missione di rigenerazione politica e morale dell’umanità, riassumendo in sé il ruolo di Enea e quello di San Paolo.

• Era notoriamente un lussurioso, tant’è che nel Purgatorio sentirà di dover partecipare in modo particolare all’espiazione di questa tendenza peccaminosa.

• Se ha collocato Paolo e Francesca nell’Inferno, una ragione ci deve pur essere; ha salvato tanti, da Buonconte di Montefeltro (salvo “per una lagrimetta”) a Pia de’ Tolomei (per rimanere nell’ambito del peccato di lussuria) a Provenzan Salvani e altri, come Catone o Manfredi, per i quali però il discorso si farebbe troppo complicato.

È chiaro che nel canto V si assiste ad uno sdoppiamento di Dante: da un lato c’è il Dante poeta, con le sue reminiscenze stilnovistiche, che mette in scena un amore veramente autentico e profondo; dall’altro c’è il Dante moralista che, nonostante il coinvolgimento emotivo che avverte, colloca i due nell’Inferno, anche se in una posizione di assoluto privilegio, in quanto possono continuare ad amarsi pur stando nel regno dell’odio.

Personaggio complesso quello di Francesca, sulla cui coerenza si sono versati fiumi di inchiostro. Due espressioni di difficile comprensione: “e il modo ancor m’offende” e “Galeotto fu il libro”. Quanto alla prima espressione, cosa si intende con la parola “modo”? Francesca vuole riferirsi al fatto che morì di morte violenta per cui non fece in tempo a pentirsi? Il modo dell’uccisione, dunque, ancora la danneggia, tant’è che, se ne avesse avuto il tempo, si sarebbe pentita e non sarebbe all’inferno!? Ma se l’interpretazione dovesse essere questa, la coerenza di Francesca svanirebbe come nebbia al sole. Al contrario, ella non prova alcun rimorso per quell’amore totale. Antonino Pagliaro, in una bell’opera sui problemi di semantica dantesca, dal titolo emblematico di “Ulisse”, ha dedicato diverse pagine alla questione, arrivando alla conclusione che il termine “modo” si riferisce all’intensità dell’amore, e “ancor m’offende” significa “mi tiene ancora soggetta”: in poche parole: continuo ad amare Paolo con la stessa intensità di un tempo. Si tratta di una lettura complessa e non certo tradizionale, ma che restituisce coerenza al personaggio.

E veniamo a “Galeotto”: lettera maiuscola o minuscola? Se dovessimo usare la minuscola, e dovessimo intendere l’espressione nel senso che “il libro e chi lo scrisse” sono degni di remare nelle galere, ancora una volta metteremmo in crisi la coerenza di Francesca, che maledirebbe il libro. Se invece lo scriviamo con la maiuscola, risolviamo il problema, in quanto, nel libro che leggevano (Lancelot), Galeotto è il siniscalco che istiga Lancillotto a dichiararsi a Ginevra

Un canto di non semplice lettura, dunque, nonostante le apparenze! Ma quello che mi infastidisce di più è il messaggio che viene veicolato, ed è quello della possibilità e della validità di un approccio frammentario e superficiale alla Commedia. Il canto V dell’inferno non si intende se non viene letto in correlazione con quanto Dante afferma nei canti XVII e XVIII del Purgatorio, dove egli espone la teoria dell’amore, che sta alla base della ripartizione della cantica. È qui che egli mette in discussione la teoria secondo cui l’amore è sempre nobile. È qui che egli parla dei ciechi (gli Stilnovisti) che pretendono di fare da guida agli altri. Dopo una discussione complicata, di matrice aristotelica, Dante arriva alla conclusione che è la ragione che deve guidare le scelte :“Quest’è ‘l principio la onde si piglia/ragion di meritare in voi, secondo/che buoni o rei amori accoglie e viglia./ Color che ragionando andaro al fondo/ s’accorser d’esta innata libertate;/ però moralità lasciaro al mondo./ Onde, poniam che di necessitate/ surga ogne amor che dentro voi s’accende, di ritenerlo è in voi la podestate:” Dunque esistono amori “buoni” (quelli guidati dalla ragione) e “rei”, (quelli che obbediscono ad un impulso). Si ripropone l’eterno dilemma tra i poeti, che ritengono l’amore incontrollabile, e i moralisti, che pretendono di sottoporlo al controllo della ragione. E qui Dante è un moralista, (che sia stato un conservatore è opinione comunemente condivisa tra i critici, anche se si tratta di un conservatore veramente di lusso!); moralista e rigeneratore dei costumi (la Firenze di Cacciaguida), così diverso e distante dal poeta stilnovista, che esaltava l’amore sempre e comunque. Dunque il messaggio che egli vuole inviare è ben diverso da quello a cui potrebbe far pensare una lettura diciamo “particolare” del canto V dell’Inferno

Si potrebbe obiettare che questo tipo di analisi rischia di impedire il godimento della poesia; secondo me, invece, ne è il presupposto, e mi sembrerebbe paternalistico ed offensivo l’atteggiamento di chi pensa che il “popolino non possa capire”. Dovremmo piuttosto esortare tutti alla riflessione, e questo potrebbe contribuire a limitare l’albagia dei tuttologi della rete. Una bella spiegazione, fatta con garbo e senza supponenza da uno che ci capisce, potrebbe essere poi seguita da una lettura alla Benigni. La cultura richiede fatica e non ammette scorciatoie. Educarsi all’ascolto di Beethoven è ben più difficile che educarsi all’ascolto di Vivaldi, ma, superato lo scoglio iniziale, l’ascolto del primo è fonte di ben altra soddisfazione interiore.

Chiedo scusa per lo sfogo a chi avrà la pazienza di leggere queste righe.

Inferno canto V – La Divina Commedia

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