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OSARE LA PACE PER FEDE

La bandiera bianca è una richiesta di sospensione immediata delle azioni che portano morte e distruzione; è apertura di negoziati; è possibilità di “venire in pace” disarmati. Non è consegnarsi a un nemico!

di Gino Milano

Nella scorsa domenica ci siamo scambiati numerosi messaggi di pace, collegati ad un evento liturgico – la Domenica delle Palme – che ha inaugurato la settimana (“santa”) nella quale si incentrano i simboli veritativi delle fede cristiana: passione, morte e resurrezione di Gesù Cristo.

Ma “come si fa”  la pace, in riferimento a quei temi-base del cristianesimo? Quale stile di pace evoca il Vangelo? Si può osare la pace per fede?

Qualche giorno fa, Francesco (il Papa, in perfetta continuità con il “poverello d’Assisi”, del quale ha assunto il nome) ha “osato” inserirsi nel conflitto mortale e distruttivo che da due anni si consuma in Europa, associando il segno della “bandiera bianca”, rivolto all’Ucraina, come assunzione di uno stile in grado di smuovere la situazione di stallo con la Russia – Paese invasore – al fine di interrompere le sofferenze di un intero popolo, contenere l’escalation militare e allontanare l’aggravarsi della situazione bellica, con il rischio sempre più emergente dell’uso di armamenti nucleari.

Tutti abbiamo visto l’indignazione suscitata da quelle parole, interpretate come un invito ad arrendersi. La cultura popolare considera la bandiera bianca come un simbolo di capitolazione, di accettazione di sconfitta. Ma il significato della bandiera bianca è ben diverso e più profondo: è una richiesta di sospensione immediata delle azioni che portano morte e distruzione; è apertura di negoziati; è possibilità di “venire in pace” disarmati. Non è consegnarsi a un nemico!

Resistenza e resa non sono necessariamente poli opposti e alternativi: hanno molti punti di collegamento e di concomitanza. Sarebbe interessante, in proposito, rileggere le pagine dello straordinario libro dal titolo “Resistenza e resa” di Bonhoeffer, il Pastore della Chiesa Riformata che si oppose alla dittatura nazista cercando, senza esenzioni o evasioni, come vivere il  Vangelo della pace. Importanti e significative sono anche le riflessioni che Giovanni De Blasis e  Mario Setta hanno fatto nei testi da loro scritti, testimonianza di quella RESISTENZA UMANITARIA, praticata anche tra le genti d’Abruzzo nel corso della 2^guerra mondiale.

I vertici dell’Unione Europea hanno immediatamente reagito alle “insinuazioni” del Papa riproponendo, addirittura, l’antico aforisma latino “si vis pacem para bellum”: da un lato riportando le lancette dell’orologio dell’umanità al tempo della millenaria frenesia della guerra, che sempre e ovunque ha scatenato violenza e macerie (come accaduto nelle inutili stragi del secolo scorso); dall’altro lato ha manifestamente decretato l’inconsistenza della Politica, delle Istituzioni, degli Ordinamenti e delle Organizzazioni internazionali, confessando la loro inefficienza e incapacità per i ruoli che rivestono, e dai cui scranni si rassicurano i popoli d’Europa. In quale modo? Mostrando i muscoli, militarizzando ad oltranza il continente, incrementando gli arsenali bellici, armando sempre di più sé stessi e gli altri… Concetti e principi che fanno regredire l’umanità ad un livello di perversione che la storia sembrava aver rimosso come irrazionale, folle, e che invece si ripropone ingigantito dalla diffusione mediatica.

<< La Terza Guerra Mondiale è già sui social network >> afferma Maria Ressa – insignita nel 2022 del premio Nobel per la pace – nell’intervista resa su “Avvenire” del 17 marzo scorso. << I social media, proprio per come sono progettati, diffondono le bugie sei volte più velocemente. Le menzogne usano le nostre emozioni per cambiare il modo in cui ci sentiamo o pensiamo, in un mondo che per il 72% si trova sotto un regime autoritario. Questo, in definitiva, è l’impatto globale: i social media hanno distrutto la nostra realtà condivisa, la sede della democrazia … sono un fango tossico che tira fuori il peggio dell’umanità >>.

Di fronte a questo e a molto altro che sta dilaniando il tempo che viviamo, quali indicazioni giungono a noi dai giorni di questa settimana che abbiamo voluto inaugurare con tanti auguri di pace? Cosa può realmente insegnarci quel processo pedagogico proposto dai riti della settimana “santa”, per non fare di essi eventi magici, inespressivi, atti folkloristici, e invece riscoprire in essi eventuali similitudini con il senso profondo di quella “bandiera bianca” invocata da Papa Francesco, alla ricerca dei segni di una pace diversa, praticabile, benevola e piena per quanti la desiderano, anche se da parti opposte?

Cosa potrà dirci quel Dio in ginocchio di fronte all’uomo, che lava i piedi anche a chi è pronto a tradire, riproposto dalla funzione liturgica del giovedì sera?

Quali significati sapremo trarre dai racconti del giovedì notte, quando torna la testimonianza della consegna di Gesù ai malfattori, con il ripudio di ogni reazione violenta (“rimetti la spada nel fodero”!) e la richiesta di immunità per tutti coloro che gli stanno accanto?

Quale empatia saprà ancora darci, venerdì pomeriggio, la narrazione della passione e della morte di quell’uomo della croce, umiliato, beffeggiato, annientato, rimasto solo e perdente di fronte a tutti i potenti della politica, della religione, della finanza, eppure capace di chiedere ancora una cosa ragionevolmente impossibile: il perdono per i suoi uccisori?

Siamo noi ancora in grado di credere – malgrado ogni contraddizione – al  sopravvento di un’altra situazione di vita che i cristiani chiamano “Resurrezione”, attesa nella lunga veglia notturna del sabato fino all’alba della domenica di Pasqua?

Potremo ancora accorgerci, nella quotidianità delle settimane della storia, del primo messaggio di Cristo Risorto, ripetuto ogni volta ai suoi amici non con parole teologiche, culturali, intellettuali, bensì con: “ la pace sia con te, con voi. Come l’ho data a voi, ora portatela voi questa pace agli altri “.

Si può osare per fede “quella” pace? Se sì, Buona Pasqua a ciascuno di noi.

Gino Milano

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