Sinistra, il ritorno del sociale è l’ultima chiamata
Share0di Claudio Rosini
Parto da una riflessione tutta italiana. In questi giorni sono usciti nuovi dati sull’evasione fiscale: decine di miliardi ogni anno, una quota recuperata che resta minima nonostante i controlli digitali e l’incrocio delle banche dati. Chi non è economista, come non lo sono io, si fa una domanda semplice: perché non diventa un tema primario per la sinistra? Non un tema tecnico da addetti ai lavori, ma una battaglia politica di prima grandezza, visto che riguarda direttamente chi le tasse le paga fino all’ultimo euro e chi no. È una domanda amara, perché la risposta più onesta è che manca il coraggio — o forse il linguaggio — per farne una questione di giustizia sociale, e non solo di gettito.
Con questa riflessione ancora in testa ho ascoltato il discorso che Pedro Sánchez ha tenuto all’Assemblea Generale dell’ONU il 23 settembre 2026, e mi ha colpito soprattutto la parte sulla difesa dell’ordine multilaterale. Non tanto per la forma solenne e un po’ rituale, di ogni intervento in quella sede, quanto per il fatto stesso che qualcuno, ancora, lo dicesse ad alta voce: che cooperare non è un segno di debolezza, che difendere il bene comune non è ingenuità, che la pace e le pari opportunità non sono posizioni ideologiche ma parte del futuro condiviso dell’umanità. È un discorso che suona quasi fuori tempo, ed è proprio questo a renderlo interessante: la sensazione che difendere ciò che fino a poco tempo fa era ovvio richieda oggi un atto di coraggio esplicito, quasi di rottura.
Sánchez indica tre pilastri su cui poggia, a suo giudizio, il tentativo di smantellare l’ordine multilaterale: l’egoismo, l’ignoranza e il più grave, la crudeltà, quella che non si scompone più davanti alla sofferenza dei più deboli. Racconta guerre illegali, civili massacrati, aiuti tagliati a chi soffre di più. Eppure dice di non aver perso la speranza, perché ha visto anche milioni di persone mobilitarsi per la pace e i diritti. Da lì è partita questa riflessione più ampia su cosa sia successo alla politica democratica, e perché voci come quella di Sánchez restino l’eccezione e non la regola.
Come siamo arrivati alla situazione attuale. Propongo una mia analisi, non originale, ma che continua ad essere presente e non superata come un vecchio lutto non elaborato in cui si oscilla tra il rimanere bloccati li alla perdita o fare di tutto per dimenticare
C’è un prima e un dopo che raramente viene preso sul serio nelle analisi della crisi democratica contemporanea, ed è il 1989. Non tanto per il crollo di un sistema — quello era già in coma da tempo — quanto per la scomparsa di un altrove. Finché esisteva un sistema alternativo, per quanto screditato e fallimentare, il conflitto tra capitale e lavoro aveva un termine di paragone: si poteva negoziare contro qualcosa, minacciare con qualcosa.
Il crollo di quell’altrove non è stato solo la fine di un sistema politico: è stato un trauma che ha ammutolito le forze progressive in tutto il mondo. Private del riferimento — per quanto screditato — che dava senso e direzione al conflitto sociale, e travolte dalla sensazione che la storia avesse emesso un verdetto definitivo, le sinistre occidentali hanno operato una riconversione difensiva: per sopravvivere, hanno spostato il proprio terreno dal conflitto economico ai diritti civili. Non che i diritti civili non fossero, e non siano, battaglie giuste e necessarie. Ma lo spostamento ha avuto un costo preciso: ha progressivamente lasciato scoperto il terreno materiale — lavoro, salario, sicurezza economica — proprio mentre le trasformazioni in corso (delocalizzazione, poi globalizzazione, poi finanziarizzazione) lo rendevano sempre più urgente.
Da quel momento la politica perde il linguaggio stesso per formulare un progetto di trasformazione economica. Non è che manchi il coraggio di dire “cambiamo sistema”: manca la grammatica per pensarlo come opzione reale, distinta dalla fantasia o dalla nostalgia. È il fenomeno che il critico Mark Fisher ha chiamato “realismo capitalista”: la condizione per cui diventa più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo, non perché quest’ultima sia stata giudicata e respinta, ma perché è semplicemente uscita dall’orizzonte di ciò che si può pensare. e con questo sono scomparse le classi sociali protagoniste dei conflitti.
Da classe a massa: il lutto non elaborato
Qui si gioca la distinzione più tagliente: una classe con coscienza di sé guarda avanti. Ha un progetto, per quanto conflittuale — una direzione di marcia, anche solo immaginata. Una massa che difende ciò che è già scomparso guarda indietro, e in quello sguardo c’è, con precisione quasi clinica, il lutto. Ma un lutto non elaborato, quindi melanconia più che cordoglio in senso proprio: il lutto elabora la perdita e permette di reinvestire altrove; la melanconia si blocca nella ripetizione, incorpora l’oggetto perduto invece di separarsene, e finisce per rivolgere altrove — verso un bersaglio sostitutivo — l’aggressività che non riesce a elaborare diversamente.
Non è un fenomeno che riguarda solo l’elettorato operaio tradizionale: riguarda chiunque abbia visto la propria posizione sociale — non solo economica, ma di riconoscimento, di dignità, di centralità nella narrazione nazionale — sciogliersi senza che nessuno fornisse gli strumenti per una trasformazione attiva. È qui che la classe diventa massa: non più soggetto di un processo storico, ma insieme di individui accomunati dal sentimento di una perdita comune, più che da una posizione condivisa nei rapporti di produzione.
C’è una differenza, credo, tra l’essere operaio e il fare l’operaio. Il primo era un’appartenenza consapevole, che teneva anche fuori dalla fabbrica — nella comunità, nel sindacato, in una cultura politica condivisa. Il secondo è un’identità fragile, che esiste solo finché esiste il lavoro che la sostiene, e scompare insieme ad esso. È esattamente questo, in larga parte, la classe lavoratrice di oggi: non più un’appartenenza che resiste alla perdita del lavoro, ma un’identità che si dissolve con esso. Viene in mente lo sciopero dei minatori inglesi, sconfitto da Margaret Thatcher a metà degli anni Ottanta: la fine di quella lotta non fu solo una sconfitta sindacale, fu la fine di intere comunità che intorno alla miniera avevano costruito un’appartenenza — e quando la miniera chiuse, non restò più nulla a cui appartenere.
I penultimi contro gli ultimi
Resta da spiegare dove si scarica questa melanconia — e qui il meccanismo diventa quasi chirurgico. Immaginate di aspettare pazientemente in coda per la promessa di un futuro migliore — lavoro, casa, rispetto, un avvenire per i figli. La fila non avanza, o avanza sempre più lentamente. E poi vedete altri — percepiti come aiutati da politiche di redistribuzione, da un’attenzione mediatica e politica che a voi non è mai stata concessa — “saltare” davanti a voi nella fila.
Il punto cruciale è che non è una lettura economica in senso stretto: è una lettura di status relativo. Non conta tanto la caduta assoluta quanto la caduta rispetto a chi sta immediatamente sotto. Chi era penultimo nella gerarchia sociale, e vedeva nell’ultimo gradino la prova che esisteva ancora un “sotto” — un ordine che confermava la propria posizione, per quanto precaria — si accorge che quell’ordine è saltato. E l’ultimo, il nuovo arrivato, il migrante, il beneficiario di una politica sociale percepita come “non meritata”, diventa il bersaglio visibile e vicino di una rabbia il cui vero oggetto — la trasformazione economica, l’automazione, la finanziarizzazione, l’assenza di una politica capace di offrire un progetto — è troppo astratto, troppo lontano, troppo poco incarnabile per sostenere un conflitto politico reale.
Depressivamente: non con la lucidità mobilitante della rabbia di classe ottocentesca, ma con l’amarezza di chi accusa non chi sta sopra, ma chi teme possa sorpassarlo da sotto.
Il ritorno del sociale, e chi lo intercetta
Oggi qualcosa si è rimesso in moto. La rivoluzione tecnologica — intelligenza artificiale, automazione su scala mai vista — e l’emergere di nuove potenze, la Cina in primis, hanno riportato con forza in primo piano i temi sociali che la sinistra aveva progressivamente abbandonato: chi produce, dove, con quale lavoro, a quali condizioni, chi vince e chi perde nella competizione globale. Sono di nuovo domande materiali, non identitarie, e riguardano milioni di persone in modo diretto e quotidiano.
Ma è la destra, non la sinistra, a intercettarle per prima. E lo fa con un’operazione precisa: prende la domanda materiale reale — la paura per il lavoro, la percezione di un declino nazionale, l’ansia per il futuro — e la trasla su un nemico esterno o interno, visibile e vicino: il migrante, la Cina, la Ue, l’élite cosmopolita. È lo stesso meccanismo dei penultimi contro gli ultimi, ma ora ha anche una regia politica consapevole che lo alimenta e lo dirige.
La sinistra, di fronte a questo ritorno del sociale, è in gran parte muta. Salvo eccezioni — la Spagna resta un caso a sé, con un tentativo esplicito di tenere insieme redistribuzione e diritti senza sacrificare l’una agli altri — nella gran parte d’Europa e non solo, la sinistra continua a parlare i linguaggi del ciclo precedente, quello nato dalla riconversione post-1989, mentre la domanda sociale che dovrebbe essere il suo terreno naturale viene raccolta, e distorta, da chi le si oppone.
Restano poche scommesse vere, non semplici speranze: Zohran Mamdani a New York, Alexandria Ocasio-Cortez negli Stati Uniti. Sono i pochi segnali concreti che qualcuno, a sinistra, ha capito la posta in gioco e prova a riprendersi il terreno materiale senza abbandonare quello dei diritti. Non è detto che basti, e non è detto che regga. Ma se queste scommesse falliscono, o restano casi isolati, il campo resta sgombro per un’unica narrazione — quella che trasforma la domanda sociale in caccia al nemico. E allora il nazionalismo e l’autoritarismo non busseranno più alla porta: saranno già entrati.
fonte Strisciarossa.it

