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Il Corpo Che Scompare – Memorie sensoriali in un’epoca che dimentica il corpo  di Claudio Rosini

Fonte il Centro del 16/09/20216

In questi mesi ho scritto diverse cose: Storie diverse, distanze diverse, tempi diversi. A un certo punto mi sono accorto che c’era un filo che le attraversava tutte: i corpi e i luoghi. Ogni storia che avevo raccontato era, in fondo, la storia di un corpo in un luogo — che lo abita, che lo ricorda, che lo perde, che lo cerca.

Ho cominciato a chiedermi: li conosciamo davvero, i corpi e i luoghi? Li ri-conosciamo? Li rispettiamo? Provo a rispondere a questa domanda.

Da alcune settimane porto con me alcune immagini. La prima viene dalla lettura di un articolo di Giuseppe Conte, L’ultimo navigatore astronomico, pubblicato su Riflessioni Sistemiche (rivista online), N. 34, giugno 2026.

—Negli anni Settanta, alle Hawaii, un gruppo di ricercatori fondò la Polynesian Voyaging Society con uno scopo preciso: ritrovare l’antica arte della navigazione d’altura, cancellata dalla colonizzazione occidentale che aveva proibito le grandi canoe e soppresso la trasmissione orale della cultura. Cercavano qualcuno in grado di guidare una canoa dalle Hawaii a Tahiti — quattromila chilometri di oceano aperto — senza strumenti tecnologici, senza mappe nautiche. Lo trovarono in Mau Piailug, abitante di una piccola isola della Micronesia, ultimo uomo rimasto erede di quella tradizione.

Mau aveva imparato dal padre in più di diciotto anni di insegnamento teorico e pratico. Conosceva la posizione di oltre duecento stelle. Ma c’era molto altro: raccoglieva dall’ambiente informazioni che il resto dell’equipaggio ignorava completamente — la direzione del volo degli uccelli, la forma delle onde, l’odore dell’aria, il movimento dei banchi di pesci. Nelle notti di tempesta, quando il cielo era coperto e non si vedeva nulla, lasciava che fosse il movimento della canoa a guidarlo. Il suo corpo era diventato uno strumento di lettura del mondo così raffinato da risultare, agli occhi di chi lo osservava, quasi incomprensibile. Con l’aiuto di Mau e dopo una lunga preparazione, finalmente, tutto fu pronto per il viaggio che il mondo scientifico considerava impossibile: navigare dalle Hawaii a Tahitisenza strumenti tecnologici di navigazione e senza mappe nautiche. Una distanza di circa 4.200 km, circa quanto la distanza tra l’Europa e gli Stati Uniti.

Grande eco mediatica ed enorme scetticismo accompagnarono la partenza dell’Höküle`a, la nuova grande canoa condotta da Mau, dall’isola di Maui, nelle Hawaii.

Leggendolo, mi sono venute in mente — non so se c’entrano davvero — alcune memorie personali in cui è stato il corpo ad anticipare la mente, evocando emozioni e conoscenza prima che la testa avesse finito di pensare.

Ad Avezzano, mentre mangiavo, ho sentito gli uccelli cantare. Non è una cosa straordinaria — eppure mi ha sorpreso. Quel mattino erano lì, senza che li cercassi. E il corpo ha risposto prima della mente — una specie di allerta gentile, come quando riconosci una voce familiare in mezzo alla folla.

Il pomeriggio sono andato al Salviano. Lì gli odori, i rumori, una certa qualità dell’aria mi riconnettono a qualcosa. Forse a una versione di me stesso che esiste solo quando smetto di guardare uno schermo.

E poi c’è la cima del Velino, che vedo dall’autostrada quando torno. Mi dà l’idea di tornare a casa. Non il cartello, non il navigatore — quella cima. Il corpo riconosce il territorio prima che la testa abbia finito di pensare.

Tre immagini, in apparenza banali. Eppure ciascuna dice qualcosa che il linguaggio corrente fatica a contenere.

Il corpo sente prima che la mente capisca. Cosa ci dice tutto questo? Che il tatto è il senso più antico — prima della luce, prima del suono, prima del linguaggio, c’era il contatto. Il neonato conosce il mondo attraverso la pelle prima ancora di aprire gli occhi. Oggi tocchiamo schermi: le nostre dita scivolano su vetro e metallo, ricevendo sempre la stessa risposta — zero.

L’olfatto va dritto al sistema delle emozioni e della memoria. Gli odori al Salviano non evocano ricordi: producono orientamento. Quello che percepiamo come “significato” è la valutazione cognitiva di variazioni che avvertiamo nel nostro stato fisiologico, spesso senza nemmeno esserne consapevoli. Nessuna intelligenza artificiale ha olfatto — e in questa assenza c’è la distanza tra simulare il mondo e abitarlo.

Il gusto non si delega. La cucina tramandata da una nonna, da una mamma non è una ricetta — è un gesto corporeo che contiene una storia e prepararlo e poi gustarlo vuol dire rivivere la storia. Oggi fotografiamo il piatto prima di assaggiarlo. Il cibo diventa contenuto prima di diventare nutrimento.

L’udito e la vista sono i sensi più immediati della relazione. Il canto degli uccelli ad Avezzano mi ha sorpreso perché avevo smesso di aspettarmelo. La voce umana porta informazioni che la trascrizione cancella: il corpo dell’ascoltatore risponde, la frequenza cardiaca cambia, la muscolatura si adatta. Quando per necessità faccio psicoterapie online, sento un disagio che non riesco a ignorare — non è questione di connessione lenta. Manca il corpo dell’altro, manca la possibilità di osservarlo di osservarne i movimenti interconnessi con i propri e questa è già comunicazione.

Ma la vista e l’udito sono i sensi della distanza — gli unici che non richiedono contatto fisico con ciò che percepiscono. È questa distanza che li rende preziosi, ma anche vulnerabili. Il tatto, l’olfatto, il gusto sono difficilmente falsificabili: non puoi convincerti che qualcosa non odora se lo stai annusando, non puoi sentirti sazio se hai fame. La vista e l’udito invece passano sempre attraverso una mediazione — culturale, storica, religiosa, sociale — e quella mediazione può orientarli, distorcerli, catturarli.

Non è un’osservazione nuova. La storia del potere è anche storia del controllo delle immagini e dei suoni: le cattedrali gotiche che sovrastano tutto, le adunate con le luci e i cori, la propaganda per manifesti e radio, la televisione. Ogni sistema di potere ha capito prima degli altri che vedere e sentire non sono atti neutri — sono atti interpretati, e l’interpretazione si può educare.

I social hanno portato questo meccanismo a una scala e una velocità senza precedenti. Scrolliamo migliaia di immagini al giorno, eppure vediamo sempre meno — nel senso che vediamo sempre più ciò che l’algoritmo ha deciso che dobbiamo vedere, calibrato non su ciò che è vero o importante ma su ciò che produce reazione. La vista diventa un senso reattivo invece che contemplativo. L’udito si riempie di contenuto ininterrotto — podcast, notifiche, musica in cuffia — fino a perdere la capacità di stare nel silenzio, che è lo spazio in cui il corpo si riorganizza e produce senso autonomamente.

La cima del Velino dall’autostrada non è solo un’immagine. È quello spicchio di cima che compare in quel momento preciso, e che aspetto con una certa ansia — come se avessi paura, un giorno, di non vederla più. Ma per fortuna è sempre lì. Il corpo la riconosce prima che la mente abbia finito di elaborare — perché non sta elaborando un’immagine. Sta ricordando con tutto sé stesso.

È un’attivazione — di memoria affettiva, corporea e nostalgica insieme. Da bambino mandavo lo sguardo lassù. Da adulto l’ho raggiunta due volte, con tutta la fatica che quella salita richiede, e ricordo ancora la commozione che ho sentito arrivando in cima — non solo soddisfazione, qualcosa di più fisico e più antico. E quando compare, oggi, non mi ricorda da dove vengo: mi ricorda chi sono.

È esattamente questo che l’algoritmo non può fare: non può attivare una memoria corporea, non può restituire l’odore della fatica o il peso delle gambe o la commozione in cima. Può mostrarmi mille foto del Velino — e nessuna di esse sarà quella cosa lì.

Il bambino che impara a camminare non sta acquisendo una competenza. Sta diventando qualcuno che cammina.

A me appare molto illuminante quello che dice Conte nel suo articolo a proposito di Mau: c’è una differenza abissale tra apprendere a fare il navigatore e diventare navigatore. Il contatto quotidiano con il mare, i venti, le imbarcazioni ha indirizzato progressivamente il suo metabolismo e la sua struttura biologica — quello che Conte chiama un raffinato accoppiamento strutturale con l’ambiente. Ogni momento del viaggio è stato un fotogramma dell’esperienza corporea: dall’osservazione delle stelle alla percezione del vento sulla pelle, alla sensazione del movimento della canoa sulle onde. E ancora: smettere di organizzare la realtà in oggetti, proprietà e comportamenti e cominciare a pensare in termini di relazioni, perturbazioni, variazioni. Il significato non è nelle cose: è nell’incontro tra le cose e il corpo che le percepisce. L’osservatore non è un elemento disturbante da eliminare — è il protagonista, immerso in una generazione continua di significati con cui costruisce le proprie narrazioni e il proprio mondo.

Il corpo non è il contenitore della mente. È lo strumento con cui costruiamo la realtà. Un output di testo può sembrare significativo solo perché l’osservatore umano proietta su di esso i significati che genera nel proprio corpo.

Il rischio non è che l’AI diventi troppo umana. Il rischio è che noi diventiamo troppo simili a lei: veloci, efficienti, informativamente ricchi, corporalmente impoveriti.

Torno all’articolo di Conte, e alla storia che mi aveva colpito.

Nel 1976 l’Höküle’a arrivò a Tahiti dopo trentatré giorni di navigazione. Il mondo scientifico aveva considerato l’impresa impossibile. Mau non aveva usato né bussola né carte. Aveva usato il corpo.

Prima di morire, trasferì la sua conoscenza a una nuova generazione di navigatori polinesiani. Se non lo avesse fatto, quell’insieme di saperi incorporati sarebbe scomparso dalla faccia della Terra. Non perché qualcuno avesse distrutto i libri. Perché non c’era più nessun corpo che lo abitasse.

Riferimenti

Conte G., L’ultimo navigatore astronomico, Riflessioni Sistemiche (rivista online), N. 34, giugno 2026.

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