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Rifiutarsi di guardare la parte senza il tutto: la lezione del neuro psichiatra infantile Zappella

Di Claudio Rosini 

fonte- https://www.strisciarossa.it/rifiutarsi-di-guardare-la-parte-senza-il-tutto-la-lezione-dello-psichiatra-zappella/

Lo psichiatra Michele Zappella è morto a novant’anni, a Siena, dove per trentatré anni aveva diretto la Neuropsichiatria infantile.

Io l’ho incontrato di persona, una sola volta, ho ritrovato gli appunti del seminario cui ero presente, era il 20/02/1993 e frequentavo la scuola di specializzazione in psicoterapia a orientamento sistemico-relazionale. Portò dei video. Si vedevano famiglie con bambini autistici, e genitori, quasi sempre le madri che li tenevano stretti, a volte a cavalcioni sulle ginocchia, faccia a faccia, cercando un contatto visivo che i bambini rifiutavano con tutto il corpo. Era la holding: un metodo arrivato dagli Stati Uniti negli anni Settanta, fondato sull’idea che l’autismo nascondesse un legame interrotto tra genitore e bambino, un legame che si potesse, letteralmente, riafferrare con le braccia. Zappella l’aveva portata in Italia, applicata proprio a Siena. Nel guardarle si restava turbati, c’era, in quelle immagini, una forza usata contro la resistenza di un corpo piccolo che chiedeva di essere capito prima che giudicato.

Mi ricordo di quel seminario un contrasto: la forza del metodo stonava con la mitezza e la delicatezza con cui lo stesso Zappella, parlando, raccontava le storie di quei bambini e di quelle famiglie. Dietro quella forza, però, c’era già l’intuizione che avrebbe guidato tutto il suo lavoro successivo: l’idea che genitore e bambino fossero sempre un unico sistema in sofferenza, da curare insieme. Una convinzione che non gli impedì mai, va detto, di riconoscere la componente biologica del disturbo autistico: non la negò mai, la inserì semplicemente dentro una cornice più larga, relazionale, che la biologia da sola non bastava a spiegare.

Negli anni successivi Zappella stesso ha riconosciuto i limiti di quell’approccio ed ha superato la holding così come l’avevamo vista nei suoi video, riformulandola in un approccio diverso che teneva il corpo e la relazione al centro, ma non prevedeva il contenimento forzato. È raro nei campi della conoscenza trovare qualcuno disposto a mettersi in discussione: un metodo diventa identità, poi bandiera, poi trincea. Zappella ha fatto l’esatto contrario, e lo ha fatto in pubblico, mostrando il proprio limite e poi il modo in cui lo aveva superato. Non è un dettaglio biografico minore. È la cosa che, da addetto ai lavori (sono uno psichiatra che ha sempre lavorato con gli adulti) mi sembra più difficile da trovare in qualunque campo: qualcuno disposto a smontare pubblicamente ciò che lui stesso aveva insegnato.

Ci sono poi nella lunga vita di Zappella due momenti diversi che, secondo me, mostrano la stessa visione proposta due volte e che oggi, in questa epoca di idee reazionarie che riemergono, devono essere ricordati con forza e nettezza se, come interpreti di una visione progressista, vogliamo essere all’altezza della sfida che ci viene portata in questa fase storica. Negli anni Sessanta e Settanta fu tra i pionieri delle campagne per l’abolizione delle classi speciali e differenziali (e pensare che qualcuno vorrebbe ripristinarle addirittura), quei luoghi dove i bambini “diversi” venivano segregati invece che integrati. Non è una nota a margine della sua carriera clinica: è una posizione politica nel senso pieno del termine, perché tocca una domanda che riguarda tutti, non solo gli specialisti: chi decide che un bambino non appartiene alla classe comune, e con quale diritto.

Nel suo libro “Bambini con l’etichetta”, Zappella racconta lui stesso come nacque quella battaglia. Tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta, scrive, il tema dell’esclusione scolastica si aprì a un grande dibattito pubblico, fatto di convegni e articoli di giornale, soprattutto nell’area della sinistra cattolica e dei partiti socialista e comunista. Tra le persone di riferimento di quella stagione ricorda Adriana Seroni, allora responsabile del settore femminile e infanzia del PCI: quando le chiese consiglio su dove pubblicare i suoi articoli sull’esclusione dei figli degli immigrati, Seroni gli rispose di non rivolgersi solo alla stampa di partito, perché quella non doveva restare una battaglia del solo PCI, ma di chiunque condividesse i principi della democrazia. Fu, scrive Zappella con un’immagine efficace, come un cerino in un pagliaio: l’opinione pubblica si allargò, nelle scuole si aprirono assemblee partecipate da tutta la cittadinanza, e in pochi anni le classi differenziali e speciali furono soppresse.

Il secondo momento della stessa battaglia arriva molti anni dopo, ormai autore di “Bambini con l’etichetta”, quando Zappella affronta lo stesso nodo con parole diverse per l’epoca della diagnosi facile. La sua tesi, tagliente: l’epidemia non è del disturbo, è della diagnosi. Non una posizione negazionista: riconosceva le differenze neurobiologiche reali, ma un atto d’accusa contro un sistema che etichetta in fretta, con test freddi al posto della clinica, e che poi lascia che quell’etichetta segua il bambino a scuola, nei rapporti con i compagni, nel giudizio degli insegnanti, spesso per tutta la vita. Sono due battaglie diverse una contro la segregazione fisica, l’altra contro la segregazione simbolica di un’etichetta, ma identiche nella sostanza: il rifiuto di lasciare che una società si liberi di un problema complesso rinchiudendolo in una categoria semplice, comoda, e definitiva come una condanna.

Zappella ha applicato sempre il principio per cui il campo di osservazione dev’essere sempre abbastanza ampio da includere il contesto: isolare un individuo dalla rete di relazioni che lo attraversa produce solo un errore di lettura, per quanto preciso sembri lo strumento con cui lo si misura. Morin chiamava “patologia del pensiero disgiuntivo” proprio questo gesto: separare per capire meglio, e ottenere invece di capire meno, perché si è tagliato via il tessuto che dava senso alla parte. Nella diagnosi rigorosa che ha sempre applicato ed insegnato, il sintomo non stava mai solo nel cervello isolato del bambino, ma stava anche nella classe sovraffollata, nella famiglia, nella scarsa conoscenza a livello scientifico, nella soglia che una società decide di chiamare disturbo. È la stessa posizione etica, morale e scientifica, ripetuta due volte a distanza di vent’anni: rifiutarsi di guardare la parte senza il tutto.

Cosa resta oggi di Zappella, secondo me: l’immagine di uno studioso che ha sempre chiesto più tempo, più cura, più contesto prima di ogni parola definitiva su un bambino e che la vera battaglia — allora contro le classi differenziali, oggi contro le etichette facili — non è mai stata solo clinica. È sempre stata la domanda su che tipo di società siamo disposti a costruire attorno a un bambino che non entra nella norma.

Vale la pena lasciare che sia lui, nelle pagine conclusive di “Bambini con l’etichetta”, a chiudere il discorso meglio di come potrei farlo io. Zappella scrive che le etichette che marchiano un bambino nascono da una cultura dei consumi in cui persino la disabilità diventa un’occasione di guadagno. Per questo, sostiene, liberare i più giovani dalle etichette e dalla violenza nelle strutture educative non è un obiettivo tecnico o settoriale: significa gettare le fondamenta di una società più democratica, un lavoro che comincia a scuola, ma che poi, scrive, continua per il resto della vita. È lo stesso pensiero che lo aveva portato, cinquant’anni prima, a scrivere ad Adriana Seroni chiedendole dove pubblicare i suoi articoli sull’esclusione scolastica. Ed è, mi pare, l’eredità più utile che lascia: il sospetto, da coltivare sempre, in ogni campo, che dietro ogni categoria che semplifica una persona ci sia qualcuno che ci guadagna, e qualcun altro che ne paga il prezzo.

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