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Schlein-Conte: la coalizione che discute di tutto tranne che delle cose vere – di Claudio Rosini

È amaro scriverlo, da elettore di sinistra, ma è quello che penso e quindi lo scrivo lo stesso.

il Papa, a Rimini, il 22 agosto, parlava di un’altra cosa.. Diceva di smascherare i rapporti di potere ingiusti, quelli che stanno alla radice della povertà, delle diseguaglianze, delle guerre. Due voci nello stesso giorno, due mondi. Da una parte qualcuno che prova a chiedersi da dove nascono davvero le crisi. Dall’altra due leader che litigano su chi deve parlare per primo in un calendario elettorale.

Non lo scrivo per fare il moralista, o forse un po’ sì, ma soprattutto perché quello scarto lì mi pare dica qualcosa che la sinistra dovrebbe guardare in faccia: quanto di questo agosto, di questi giorni di trattative e dichiarazioni, si sta spendendo per capire come si affronta una crisi vera, e quanto invece per decidere chi sta un passo avanti all’altro.

Perché di questo si discute, in fondo. Conte vuole che l’Ucraina, il tema su cui il M5S è rimasto solo nella coalizione, entri nelle primarie. Schlein lo gela: prima il programma, dice, poi si sceglie chi guida. E qui una precisazione onesta va fatta, perché altrimenti sarei ingiusto: proprio lo stesso giorno Schlein ha rilasciato un’intervista a Milano Finanza tutta centrata su energia, salari, sanità ( finalmente, ci sarebbe da dire)— le tre priorità che indica per un’alternativa a Meloni, insieme all’impegno a non presentarsi più divisi. Quindi il problema non è che lei non ne parli. Il problema è che lo fa altrove, in un’intervista economica, mentre il confronto pubblico con Conte resta sul metodo e sul calendario. Si rischia di andare avanti su due binari paralleli che non si incontrano mai, e forse è proprio questo — più che il silenzio sui contenuti — il vero limite: un programma enunciato da una parte e una contesa di potere condotta dall’altra, come se fossero due partite diverse con la seconda che oscura, complice molta dell’Informazione, la prima che potrebbe avere la forza di rianimare gli elettori potenziali.

Schlein poi potrebbe attaccare Conte più duramente, potrebbe dirgli in faccia che ha cambiato bandiera più volte di quante ne cambi il vento — e avrebbe materiale per farlo, ma non lo fa, e non credo sia debolezza, ma tattica. Ma la tattica senza strategia, senza una visione complessiva di proposte per il cambiamento su cui cercare il confronto dura poco, si inaridisce, pensiamo alla fine di Renzi. Nei sondaggi di metà agosto Conte la stacca di cinque punti. Attaccarlo sulla coerenza, senza essere in vantaggio, rischia di tornarle indietro come un boomerang. Meglio allora vincolarlo al metodo, costringerlo a misurarsi su un tema — l’Ucraina — dove è oggettivamente in minoranza nel campo largo, senza doversi sporcare le mani con giudizi che potrebbero far saltare tutto.

Poi c’è AVS, che non sceglie, e anche qui non è indecisione, è calcolo. Fratoianni e Bonelli dicono che le primarie non sono un tabù, ma che prima serve un’intesa sui contenuti — il che, tradotto, significa rimandare la scelta senza sbilanciarsi mai davvero. E come biasimarli: su pace, Ucraina, Palestina sono più vicini a Conte che a Schlein, quindi schierarsi con lei li marginalizza; ma un’alleanza esplicita col M5S li renderebbe un satellite, senza voce propria. E c’è una contraddizione che raramente qualcuno gli fa notare: se condividono con Conte le posizioni identitarie e pacifiste ma gli rimproverano l’incoerenza su altro, rischiano di essere selettivi tanto quanto lui.

Sul woke, poi, vale la pena tornarci un attimo perché è un caso che spiega bene il meccanismo. Conte si dichiara contro gli eccessi woke pochi giorni dopo che lo ha fatto Ocasio-Cortez — sembra inseguimento, e forse in parte lo è. Ma il dato interessante non è la sequenza, è quello che viene prima: proprio lui, negli ultimi anni, è stato tra i più attivi nell’uso di un linguaggio identitario tutto morale sui temi mediorientali, genocidio, Israele, il movimento pro Pal — esattamente la stessa cornice ideologica che oggi rimprovera al woke. Non è incoerenza generica, è selettività: critica gli eccessi identitari dove non gli servono, e li pratica dove gli servono.

Restano, alla fine, tre domande, e non credo siano equivalenti.

La prima è se lo vogliono fare davvero — se considerano prioritario tenere insieme la coalizione attorno a salari, sanità, migranti, o se quella priorità resta solo qualcosa da dire nelle interviste.

La seconda è se sono in grado di farlo: se hanno gli strumenti, un programma comune, un tavolo che tenga insieme le differenze prima che esplodano, o se la frammentazione tra PD, M5S e AVS rende la cosa impossibile a prescindere dalla buona volontà.

La terza, la più scomoda, è se hanno il coraggio di farlo — perché misurarsi sulle divergenze vere, prima e non dopo il voto, come lo stesso Conte diceva parlando di “finte alleanze”, vuol dire esporsi, perdere consenso oggi per costruire qualcosa che regga domani.

È su questa terza domanda che si vede la differenza tra un’alleanza elettorale e un progetto politico. E temo che, per ora, la risposta la stiamo già vedendo tutti.

Perché se guardo bene chi ho davanti, il problema non è uno solo, sono tre, e si tengono insieme come tre facce dello stesso guaio. C’è il cinismo di Conte, quello vero, quello che cambia casacca e linguaggio a seconda di chi ha davanti e non sente il bisogno di spiegarsi — lo abbiamo visto sul gialloverde, sul decreto Salvini rinnegato, e lo vediamo ora sul woke, criticato solo dove non gli costa nulla. C’è la contraddizione di un PD che di fatto non è mai davvero nato come partito, che ancora oggi non riesce a dire con chiarezza cosa vuole essere — se non nel momento in cui deve difendersi da Conte, mai quando dovrebbe proporre qualcosa di suo. E c’è la pavidità di AVS, che vede tutto questo, lo capisce meglio di chiunque altro perché ci sta in mezzo, e sceglie comunque di non scegliere, perché scegliere costa, e loro non se lo possono permettere.

Ma noi, che siamo elettori di sinistra, non abbiamo chiesto questo. Non abbiamo chiesto un torneo di posizionamento tra due leader, un calendario da negoziare come se fosse la cosa più urgente del paese. Abbiamo chiesto — chiediamo ancora, forse con meno pazienza di prima — di ragionare seriamente sulla posta in gioco. Che è la vita di chi non arriva a fine mese, di chi aspetta mesi per una visita, di chi rischia di annegare per arrivare fin qui. Se il campo largo non trova il tempo per questo, si rischia che prima o poi saremo noi a smettere di trovare il tempo per lui.

Schlein-Conte, la coalizione che discute di tutto tranne che delle cose vere

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