NOTIZIE sinistra dove sei?

Da Ceuta alle scarcerazioni promesse ai tossicodipendenti: come i fragili diventano scenografia

nella foto Rosini Psichiatra

Di Claudio Rosini 

articolo ripreso da Fonterossa del 2 di giugno 2026

Da psichiatra, lavoro ogni giorno con la fragilità, con le storie che la società preferisce non vedere. Eppure vedendo le immagini di Ceuta mi ha colpito un contrasto che non riuscivo a togliermi dalla testa. Da un lato un ragazzo in ginocchio sulla battigia, i capelli bagnati, che bacia la sabbia. È arrivato a nuoto. È vivo. Spera di essere in Europa — ma è ancora in Africa. Dall’altro, nel giro di poche ore, quella stessa scena già trasformata in allarme, in minaccia, in post sui social. La stessa immagine, due letture opposte.

E lì mi sono fermato a pensare. Non solo a Ceuta. A qualcosa di più largo, di più antico, di più vicino a noi di quanto vogliamo ammettere. Ho pensato a un altro annuncio, fatto qualche giorno prima in Italia, quasi in silenzio rispetto al fragore di Ceuta: i tossicodipendenti fuori dal carcere, le comunità come alternativa alla detenzione. Un provvedimento che sulla carta è giusto, anzi civile. E che nella realtà rischia di essere l’ennesima promessa senza gambe, l’ennesimo gesto che parla ai titoli dei giornali e non alle persone in carne e ossa.

Due storie lontanissime in apparenza. Un ragazzo che nuota verso l’Europa e un malato che aspetta una comunità che non c’è. Eppure lo stesso meccanismo, la stessa logica, la stessa indifferenza travestita da politica. In entrambi i casi c’è un annuncio potente. In entrambi i casi mancano le condizioni per attuarlo. In entrambi i casi a pagare il prezzo saranno i più fragili — quelli che non hanno voce, quelli che non fanno notizia, quelli che diventano scenografia nel momento in cui servono e spariscono quando i riflettori si spengono.

Personale militare spagnolo scorta un gruppo di migerantri marocchini a Ceuta

Perché quando un’emozione forte arriva, il ragionamento tende a fermarsi. È un meccanismo che conosco bene: l’immagine potente chiude la domanda invece di aprirla. La nostra mente, di fronte a uno stimolo emotivamente intenso, attiva risposte rapide, istintive, difficili da controllare. La paura in particolare — e la paura dello straniero, dello sconosciuto, di chi arriva da fuori è tra le più antiche che portiamo dentro — non passa per il ragionamento. Lo scavalca. Ma anche la compassione, quando è evocata senza essere sostenuta, può diventare uno strumento. Può commuovere senza impegnare, può aprire il cuore senza aprire i portafogli, può produrre consenso senza produrre cambiamento. E chi fa politica — certa politica — lo sa benissimo. Lo sa da sempre. Lo ha imparato, lo studia, lo affina.

Tra il 29 e il 31 luglio scorsi Ceuta ha vissuto la crisi migratoria più grave dal 2021. Centinaia di persone hanno attraversato a nuoto il braccio di mare che separa il Marocco dal territorio spagnolo. Alcune non ce l’hanno fatta. Il bilancio dei morti dall’inizio dell’anno ha superato quota cinquantasette. Le cause sono diverse e intrecciate: una recente sentenza del Tribunale Supremo spagnolo ha vietato i respingimenti immediati via mare — e i trafficanti l’hanno subito sfruttata, diffondendola come se fosse un lasciapassare. A questo si aggiungono la povertà strutturale, la mancanza di prospettive per molti giovani marocchini e algerini, e probabilmente una certa pressione diplomatica del Marocco sulla Spagna attraverso la gestione dei flussi. Non è un’invasione pianificata. È una tragedia con molte cause, nessuna delle quali si chiama Sanchez.

Un’invasione pilotata e subito rientrata

Vale la pena smontare le affermazioni che hanno circolato con più forza. L’invasione: un’invasione è un atto ostile, organizzato, militare. Quello che è successo è che centinaia di persone disperate hanno attraversato a nuoto un braccio di mare, alcune non ce l’hanno fatta. E soprattutto: dei circa 50.000 arrivati a Ceuta, oltre 48.300 sono già rientrati in Marocco nel giro di poche ore, secondo i dati del ministero dell’Interno spagnolo. Quasi il 97%. Chiamarla invasione non è solo impreciso: è una scelta narrativa precisa, che sposta l’attenzione dalla tragedia alla minaccia. Sanchez ha aperto le porte: la sentenza della Corte Suprema è un atto della magistratura indipendente, e il governo spagnolo ha respinto esplicitamente ogni collegamento tra gli arrivi e le proprie scelte politiche. Sospendere Schengen con la Spagna: Ceuta si trova fisicamente in Africa, la sua frontiera con il Marocco è già una frontiera esterna all’Unione Europea. Non esiste nessun confine interno da chiudere. È un annuncio che suona bene sui social e non risolve niente.

La presidente del Consiglio Meloni ha scritto su X che le immagini di Ceuta dimostrano che “l’immigrazione clandestina fuori controllo rappresenta una minaccia concreta per la sicurezza dei confini europei”, annunciando la sospensione di Schengen con la Spagna. Salvini ha fatto lo stesso, con i toni che gli conosciamo. Esponenti di governo hanno parlato del “capolavoro dell’immigrazionismo di Sanchez”. La struttura di questi messaggi è sempre la stessa: immagine forte, tono d’allarme, nemico identificato, soluzione immediata. Non c’è spazio per la complessità, non c’è contesto, non c’è domanda. È il pensiero che taglia, separa, riduce. Prende una realtà fatta di strati — storia, diritto, geopolitica, povertà, dinamiche diplomatiche, vite umane — e la appiattisce su una superficie liscia dove tutto è semplice, tutto è chiaro, tutto ha un colpevole. Ma la realtà non è mai semplice. E ogni volta che la semplifichiamo fino a renderla uno slogan, qualcuno scompare. Qualcuno smette di essere una persona e diventa una categoria. Basta pensare a come Fakir e Roggero, storie e vicende umane profondamente diverse, siano diventati nel giro di ore semplice sfondo — pretesti per schierarsi, argomenti da maneggiare, simboli da agitare. Le persone evaporano, restano le bandiere. Ed è esattamente questo che la propaganda fa meglio di tutto: non mente soltanto sui fatti, cancella le persone.

Chi lavora da anni con le dipendenze conosce una storia che si ripete continuamente, senza mai risolversi. È quella di chi è malato davvero — di chi ha perso tutto, la famiglia, il lavoro, la dignità, prima ancora di perdere la libertà — e che in carcere non trova cura ma solo un’altra forma di abbandono. Non per colpa di chi ci lavora, spesso con dedizione e in condizioni difficili, ma per quello che il carcere è strutturalmente: un luogo pensato per contenere, non per guarire. Il principio del provvedimento approvato il 29 luglio dalla Camera è quindi giusto, anzi è civile. Ma i numeri raccontano un’altra storia. Il ministro Nordio ha annunciato che la legge consentirà l’uscita dal carcere di oltre 10.000 detenuti tossicodipendenti. Antigone ha chiesto da dove arrivi questo numero, osservando che il sistema delle comunità di recupero non è minimamente in grado di farsi carico di numeri così grandi senza un potenziamento serio. E il potenziamento non c’è: la legge stanzia risorse sufficienti per appena 500 posti nel 2026. Uno su venti. Il ministero ha precisato che la cifra di 10.000 va intesa “in prospettiva pluriennale”. Le persone malate che aspettano, invece, esistono adesso.

La differenza fondamentale tra una politica e un annuncio

E allora torna la domanda che ci siamo già fatti guardando Ceuta. A chi serve questo annuncio? Perché c’è una differenza fondamentale tra una politica e un annuncio. Una politica cambia le cose. Un annuncio cambia la percezione delle cose. E in un sistema mediatico in cui la comunicazione ha divorziato dall’informazione, in cui ciò che conta non è cosa si fa ma come lo si dice, l’annuncio può essere sufficiente. Anzi, a volte è preferibile. Costa meno, fa più rumore, e non richiede nessuna verifica immediata. Le conseguenze arriveranno dopo, lontano dai riflettori, sui corpi di chi non ha voce.

Il meccanismo è identico. A Ceuta si annunciava la sospensione di Schengen sapendo che non avrebbe cambiato nulla per chi arriva a nuoto in Africa. Qui si annuncia la fuoriuscita dal carcere dei tossicodipendenti sapendo che non ci sono le strutture per accoglierli. In entrambi i casi l’annuncio trasmette un messaggio identitario preciso — siamo dalla parte della sicurezza, siamo dalla parte dell’umanità — senza che nulla di concreto debba seguire. È politica come spettacolo. È comunicazione che si sostituisce all’azione. E in entrambi i casi, sotto l’annuncio, le persone reali scompaiono. Rimane la categoria — il migrante, il tossicodipendente — non l’essere umano. Rimane il simbolo, non la storia. Finché il ragazzo sulla battigia non è più un ragazzo, è un’invasione. Finché il malato in carcere non è più un malato, è un problema di ordine pubblico.

C’è qualcosa di particolarmente crudele in questo meccanismo: usare le parole giuste — sicurezza, cura, riabilitazione, umanità — per produrre consenso senza produrre cambiamento. È una forma di cinismo raffinato, che si traveste da sensibilità. Che trasforma ogni barcone in un esercito e ogni tossicodipendente in una bandiera, a seconda di ciò che serve. Gli psicologi sociali chiamano desensibilizzazione progressiva il processo per cui ciò che prima sembrava impensabile diventa gradualmente normale: si inizia con una metafora aggressiva, si continua con una politica, si finisce con una legge. Si inizia con un annuncio senza risorse, si continua con un servizio che collassa, si finisce con una porta chiusa.

Perché questo è il tempo in cui viviamo: un tempo in cui la menzogna non si nasconde più, non si vergogna più, non chiede nemmeno più il permesso di entrare nel discorso pubblico. Entra a viso aperto, forte delle sue immagini e dei suoi algoritmi, sicura che l’emozione batterà sempre il ragionamento, che la paura batterà sempre la pietà, che lo spettacolo batterà sempre la realtà. E allora la domanda che dobbiamo farci — tutti, non solo chi si occupa di formazione, non solo chi studia la comunicazione — è questa: siamo ancora capaci di fermarci un secondo prima di condividere, un secondo prima di indignarci, un secondo prima di credere? Siamo ancora capaci di tenere insieme la complessità, di resistere alla tentazione della spiegazione facile, di cercare la persona dietro la categoria, la storia dietro lo slogan, la verità dietro l’annuncio?

Perché una mente che non fa queste domande non è una mente libera. È una mente disponibile. Disponibile a essere usata, orientata, mobilitata da chiunque sappia costruire l’immagine giusta, nel momento giusto, con il tono giusto. Un ragazzo che bacia la sabbia su una spiaggia africana convinto di essere in Europa. Un malato che aspetta una comunità che non esiste. Storie diverse, stesso silenzio. La politica come spettacolo non ha bisogno di risolvere i problemi. Ha bisogno solo che le persone scompaiano dentro le categorie, e che noi, senza accorgercene, smettamo di cercarle. Ed è proprio per questo che dobbiamo impegnarci il doppio: perché il dilagare della propaganda non si combatte solo smascherandola, ma restituendo alle persone la loro storia, la loro complessità, la loro umanità. Una alla volta, ogni volta.

Related posts

Odontotecnici: Rinnovo dell’iscrizione sul Registro Fabbricanti del Ministero della Salute

Redazione

AVEZZANO – Pubblica illuminazione cosa c’è che non sta funzionando? NELLA TUA STRADA E’ TUTTO FUNZIONANTE?

Redazione

AVEZZANO -Scuola VIVENZA -V edizione dI “Riscopriamo il Salviano” -INCONTRO CON IL PROF. MARCO LEONARDI

Redazione

Leave a Comment