Quel che raccontano i casi Roggero e Fakir. L’incapacità di essere comunità e di farsi carico dei problemi
Share027 Luglio 2026
Il caso Roggero e il caso Fakir sembrano appartenere a due mondi opposti. Da una parte un gioielliere condannato in via definitiva per aver inseguito e ucciso due rapinatori già in fuga; dall’altra un uomo che sarebbe morto durante un fermo di polizia, ancora con le fascette ai polsi, secondo quanto emerso finora, mentre i soccorritori tentavano di rianimarlo. Vittime diverse, dinamiche diverse, schieramenti politici opposti che se ne sono appropriati in modo speculare — e va detto subito che i due casi non sono equiparabili sul piano dei fatti: su Roggero esiste una sentenza definitiva, su Fakir le indagini sono ancora in corso e la ricostruzione potrà cambiare.
Eppure il commento pubblico, in entrambi i casi, si è fermato quasi ovunque allo stesso punto: la responsabilità individuale. Roggero ha sparato lui, è colpevole o è una vittima costretta a farsi giustizia da sé? I poliziotti e i sanitari presenti a Bologna avrebbero fatto quello che dovevano, o avrebbero sbagliato loro, singolarmente, in quei minuti? È una domanda legittima, ma è anche una domanda comoda: chiude il caso dentro un nome e una responsabilità penale, e lascia fuori tutto il resto.
Il senso collettivo del limite

Il resto è una cultura diffusa, sedimentata in decenni, che ha reso pensabili tre comportamenti che dovrebbero essere impensabili in uno stato di diritto: che un cittadino privato possa farsi giustizia da sé, inseguendo e giustiziando chi sta scappando; che chi indossa una divisa possa dimenticare, nel momento dell’azione, che il suo compito è tutelare anche chi ha di fronte, non punirlo; che chi presta soccorso possa, anche solo per un attimo, distogliere lo sguardo da un corpo che ha ancora bisogno di aiuto. Sono tre facce dello stesso smottamento: l’idea che la legge sia un ostacolo, non una garanzia, e che ciascuno — cittadino, agente, soccorritore — possa arrogarsi il diritto di decidere da sé quando sospenderla.
Lo dico anche a partire da un’esperienza diretta, che riguarda soprattutto la dimensione di Fakir. Faccio il medico da quasi trent’anni, e mi è capitato più volte di trovarmi in situazioni non così drammatiche ma per certi versi simili: un intervento in cui qualcuno — un collega, un infermiere, un poliziotto — usciva per un momento dal proprio ruolo. E quasi sempre, in quei momenti, c’era qualcun altro pronto a richiamarlo: un vigile del fuoco, un vigile urbano, un altro poliziotto, io stesso, a ricordargli che eravamo lì per un intervento medico-sanitario e sociale, non per altro.
Quel richiamo reciproco tra chi era presente non era scritto in nessun protocollo, ma funzionava come un argine silenzioso: teneva ognuno dentro il perimetro del proprio ruolo, anche nei momenti di massima tensione.
Temo che proprio questo senso collettivo, questo senso civico del limite che ciascuno riconosceva nell’altro, si stia perdendo.
Le responsabilità collettive oltre a quella individuale
Non credo che questo significhi diluire la responsabilità individuale in un vago “colpa di tutti”. Significa, semmai, il contrario: la responsabilità individuale esiste, si misura, ha un nome e un cognome — ma esiste dentro una rete di responsabilità collettive che la rendono possibile o la contengono. Quel richiamo reciproco che ricordo dai miei interventi era esattamente questo meccanismo in azione: la responsabilità di chi usciva dal ruolo restava sua, personale, accertabile; ma la collettività presente aveva a sua volta la responsabilità di richiamarla per tempo, prima che diventasse un danno.
Quando quella rete si sfilaccia, la responsabilità individuale non sparisce affatto: resta lì, sola, a reggere un peso che prima veniva condiviso e contenuto da altri.
Penso spesso a una distinzione che sta al cuore del pensiero di Bobbio: quella fra diritto e forza, fra uno Stato che si prende il monopolio della violenza legittima proprio per toglierlo ai singoli. La rinuncia individuale alla vendetta privata non è un limite alla libertà, ma la condizione stessa della convivenza civile.
Quando quella rinuncia viene percepita come un torto — quando “farsi giustizia da sé” torna a sembrare legittimo, persino eroico — non siamo di fronte a un incidente isolato, ma all’erosione lenta del patto su cui si fonda lo stare insieme. Ed è la stessa erosione, credo, che porta chi indossa una divisa a dimenticare per un momento che il suo compito è proteggere anche chi ha di fronte, o chi presta soccorso a distogliere lo sguardo: la rinuncia a farsi giustizia da sé, il rispetto del proprio ruolo, l’attenzione a chi soffre sono tre facce dello stesso patto, e quando una si sfalda trascina anche le altre.
Chi continua a considerare l’altro suo eguale

Io, come persona di sinistra, penso che dovremmo ricordare anche cosa scriveva Bobbio in un altro libro, Destra e sinistra, quando cercava il criterio più profondo per distinguere i due campi e lo trovava non nella libertà ma nell’atteggiamento verso l’uguaglianza: chi sta a sinistra tende a considerare le diseguaglianze qualcosa da ridurre, chi sta a destra tende a considerarle naturali, in certi casi persino utili al funzionamento della società.
Visti da questa angolatura, i due casi mostrano qualcosa di scomodo: inseguire e finire chi sta scappando, e trattare chi si ha di fronte come un corpo che non merita più cura, sono entrambi gesti che presuppongono di aver già deciso che quella persona vale meno, che è uscita dal perimetro di chi ha ancora diritto a essere considerato un pari.
Non stupisce che il dibattito su Roggero e su Fakir si sia polarizzato esattamente lungo quella linea che considero la discriminante ultima: non chi è più o meno libero, ma chi continua davvero a considerare l’altro un suo eguale.
Non scrivo questo per assolvere nessuno — le responsabilità individuali vanno accertate, non diluite. Scrivo per aggiungere un livello che oggi manca quasi del tutto al dibattito pubblico: quello di una collettività che ha smesso di riconoscersi nelle regole che si è data, e che per questo produce, con regolarità impressionante, Roggero che sparano, agenti che dimenticano il proprio ruolo, soccorritori che per un istante voltano lo sguardo altrove.
Il vero scandalo, forse, non è nei singoli fascicoli giudiziari. È che continuiamo a discuterne
come se lo fosse.
Quella donna in Abruzzo, e la sua comunità
Ripensando a queste righe nei giorni scorsi, mi è tornato in mente un episodio che credo aiuti a capire meglio di cosa parlo quando dico “rete di responsabilità collettive” — e quanto, quando quella rete si sfilaccia, si perda qualcosa che va molto oltre il singolo fascicolo giudiziario.
Mi ricordo di aver fatto, circa venticinque anni fa, un trattamento sanitario obbligatorio in un paese dell’Abruzzo. Tutto il paese invocava il ricovero di una donna che stava molto male, madre di due bambine quasi segregate in casa con lei. Ma quando siamo arrivati — l’ambulanza, la polizia, noi — e le persone hanno percepito la violenza inevitabile di quel gesto, per quanto compiuto a fin di bene, si sono arrabbiate con noi. Hanno attivato, nel giro di pochi minuti, una solidarietà nei confronti di quella donna che ancora oggi, a tanti anni di distanza, mi commuove a ripensarci.
Quella comunità, che pure aveva chiesto l’intervento, non riusciva a tollerare la violenza — sia pure necessaria — con cui l’intervento si compiva. In quella reazione, apparentemente contraddittoria, c’era il segno di un legame ancora vivo: la capacità di riconoscere nella fragilità della donna qualcosa che apparteneva a tutti loro.
Era, in fondo, la stessa rete di cui parlavo a proposito di Fakir: un argine silenzioso, non scritto in nessun protocollo, che teneva insieme una comunità intera nel momento in cui qualcuno rischiava di uscire dal proprio ruolo — anche quando quel qualcuno eravamo noi.
La politica di destra contro i poveri

Oggi quella capacità sembra essersi rovesciata. Più le cose vengono semplificate con violenza, più le persone sembrano sentirsi rassicurate. È come se la precarietà che ciascuno di noi porta dentro — sociale, economica, emotiva, culturale, tutte interconnesse tra loro — venisse proiettata su chi è più fragile, per mettere una distanza tra la propria condizione e quella di chi soccombe. E se quella fragilità viene contenuta, bloccata, allontanata, si produce l’illusione — falsa, ma potente — che anche la nostra precarietà, in tutte le sue forme insieme, si riduca allo stesso modo.
Non è un caso che sia proprio questo il racconto su cui Meloni, Salvini e Vannacci hanno costruito gran parte del proprio consenso. Sono loro, con le politiche degli ultimi anni — sui salari, sul lavoro precario, sulla sanità pubblica smantellata pezzo dopo pezzo, ma anche sull’impoverimento dei legami sociali e sull’uso della cultura come terreno di scontro identitario — ad aver contribuito a produrre quell’insicurezza diffusa e a più livelli di cui oggi si nutrono. E allo stesso tempo offrono la scorciatoia emotiva che promette di risolverla tutta insieme: chiudere, incarcerare, allontanare chi è già ai margini — il migrante, il povero, il malato psichiatrico, il “diverso” — come se rimuovere il sintomo visibile bastasse a curare una malattia che è insieme economica, sociale, emotiva e culturale.
Chiamano sicurezza chiudere e carcerare i già marginali
Non è una politica che affronta le cause della precarietà. È una politica che sposta il suo peso su chi ha meno strumenti per difendersene, e chiama questo spostamento “sicurezza”.
E qui c’è un paradosso che mi colpisce. Una parte di quei giovani che si pensano di sinistra — che a Bologna, nei cantieri della TAV, agiscono ripetutamente con violenza — finisce per riprodurre esattamente lo stesso processo mentale che dice di combattere. Anche lì la complessità viene semplificata con la forza, anche lì il conflitto viene risolto individuando un nemico da colpire invece di una struttura da capire, anche lì si cerca la rassicurazione di un gesto violento invece della fatica di costruire consenso e relazione.
È, in un certo senso, la stessa malattia infantile di cui parlava Lenin: l’impazienza verso la complessità del reale, la fiducia che un gesto risoluto possa sostituire il lavoro paziente di costruire consenso — solo che oggi a pagarne il conto, paradossalmente, è la sinistra stessa, e il racconto che finisce per rafforzare è quello della destra.
Manca un tessuto di relazioni, la partecipazione
C’è un altro segnale, forse meno visibile ma altrettanto significativo, di questo stesso scivolamento: la tendenza crescente a ridurre ogni disagio a una questione medico-legale, o a un problema di risorse — posti letto, organici, protocolli, responsabilità professionali da accertare. Sono temi reali, e nessuno può negarne l’importanza — è la stessa domanda comoda da cui sono partito parlando di Fakir: chi doveva controllare, chi doveva firmare, chi doveva prevedere.
Ma il modo in cui vengono messi al centro del discorso finisce spesso per spostare l’attenzione da ciò che conta davvero: non mancano solo strutture o personale, manca un tessuto di relazioni capace di accorgersi per tempo della fragilità di qualcuno, di sostenerla prima che diventi emergenza.
Trasformare tutto in un problema medico-legale o di risorse è comodo, perché offre soluzioni misurabili, quantificabili, imputabili. Ma è anche un modo per non guardare in faccia la vera posta in gioco: la perdita di condivisione e di partecipazione della comunità, il progressivo impoverimento di quei legami che rendevano possibile, un tempo — come nel paese abruzzese di cui parlavo — prendersi cura degli altri prima che la cura diventasse solo un atto amministrativo o giudiziario.
È esattamente il contrario di quello che ho visto quel giorno in Abruzzo. Allora una comunità si stringeva attorno al più fragile. Oggi ci si è addestrati a stringersi contro qualcuno.
