Quei principi fondamentali, incisi nell’umano e nel tempo, iscritti nella DICHIARAZIONE DEI DIRITTI DELL’UMANO – proclamata dall’ONU il 10 dicembre 1948, qualche mese dopo della nostra Costituzione – ispirano ancora il sogno degli anziani e segnano il futuro dei giovani.
Share0“Noi, Popoli della Terra ….” (almeno oggi potremmo tutti rileggerla!).
Popoli, non soltanto individui. Comunità di persone, non Stati o Nazioni.
Tà étne – omnes gentes: l’umanità nella sua interezza è l’obiettivo della libertà di ciascun individuo, di ogni istituzione pubblica, di ogni etnia e cittadinanza.
Solo la storia può salvarne la memoria, contro il rischio della cancellazione di culture, o del farne letture ideologiche: ha come propria radice la coscienza della responsabilità del “bene comune”, dell’ascolto e della cura “dell’altro”, di ogni creatura, del pianeta tutto.
“Noi, Popoli della Terra…” cerchiamo, vogliamo, possiamo fare e vivere la PACE.
Lo dicevano coloro che avevano vissuto la immane tragedia della guerra mondiale, ed era monito e testamento per le generazioni successive, le nostre di oggi.
Ricordo che, ai tempi del Liceo, il professore di Filosofia e quello di Religione ci aiutarono a comprendere il senso della democrazia, della uguaglianza, della fraternità umana: l’uno, partendo dalla Dichiarazione dei Diritti dell’Umano, e l’altro partendo dal capitolo 25 del Vangelo di Matteo. Se si prova a mettere i due testi l’uno accanto all’altro, si arriva a capire meglio come la cura degli altri abbia bisogno di spiritualità, e come i valori dello spirito abbiano bisogno di materializzarsi nella concretezza dei giorni.
A distanza di quasi ottant’anni, un altro “umano” sembra invece materializzarsi, portatore di antiche sopraffazioni per i tanti e di nuovi privilegi per i pochissimi. La dimenticanza o addirittura la negazione di quei diritti dell’umano hanno generato nuovi odi e faziosità, nuove violenze e guerre diffuse, innestando in molti una supina e fatalistica accettazione delle cose.
Rileggere la DICHIARAZIONE del 1948 è anche una purificazione della nostra memoria (parola che rimanda alla mens, si rivolge alla nostra intelligenza “non artefatta”) e del nostro ricordo (parola che deriva da cor, chiamando in causa i nostri affetti e le nostre passioni).
Se rinunciamo a una comprensione profonda dei fatti, il passato si dissolve in una nebbia indistinta, oppure rivive nella dicotomia delle opposte fazioni. La storia non pronuncia nessuno dei due contrapposti avverbi “sempre” e “mai”: non è né mistica né metafisica. E’ un processo al quale si appartiene, come umani che aspirano alla pace. Essa, la pace, resta il fine di ogni diritto, dei diritti di tutte e tutti.
Gino Milano, del “PUNTO PACE MARSICA
