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IL BUIO SULLA LIBIA

Da est a ovest i libici scendono in piazza contro il carovita, i blackout elettrici e per chiedere elezioni che rinnovino una classe dirigente corrotta e incapace.

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È una miscela esplosiva quella che nel fine settimana ha scatenato un’ondata di proteste diffuse in tutta la Libia. Da un lato il carovita e i continui blackout elettrici, in un paese che ospita i maggiori giacimenti di greggio del continente, dall’altra lo stallo politico e la corruzione della classe dirigente. Folle di manifestanti sono scese in piazza a Tripoli, Bengasi, Misurata e Zintane subito dopo la preghiera di venerdì, mentre a Tobruk un gruppo di persone ha assaltato e vandalizzato gli uffici del parlamento, successivamente dato alle fiamme. “Vogliamo la luce” è lo slogan scandito in dai manifestanti, che chiedevano anche un abbassamento del prezzo del pane. Nelle immagini trasmesse dalle televisioni satellitari erano chiaramente riconoscibili numerose bandiere verdisimbolo del regime di Muammar Gheddafi. Nelle ultime settimane in tutto il paese gli abitanti sono stati sottoposti a continue interruzioni della corrente, durante fino a 18 ore, in un contesto di crisi aggravato dal blocco di diversi impianti petroliferi a causa delle rivalità tra gruppi politici. Le tensioni hanno determinato una ripresa degli scontri armati che fa temere per la precaria tenuta dell’ordine sociale nel paese in cui sono tuttora operativi due governi. Se la scintilla della protesta è da imputare infatti alle peggiorate condizioni di vita della popolazione, aggravate dalla guerra in Ucraina, a peggiorare le cose è lo scisma tra il governo di Fathi Bashaga in Cirenaica e quello di Abdul Hamid Dbeibah a Tripoli. Due giorni fa i rappresentanti dei due esecutivi, in colloqui mediati dall’Onu, hanno fallito nel trovare un’intesa per convocare nuove elezioni, dopo l’annullamento di quelle previste lo scorso dicembre.

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