Maestro,dove abiti

L I B E R T A ‘ è la parola che si è sentita più volte nella Messa di domenica 26 giugno

In questa giornata è risuonata più volte la parola “Libertà”, con il fascino, la complessità, le novità e le contraddizioni che essa suscita.

Le grandi festività sono terminate. Esse hanno chiuso il ciclo che era iniziato con l’Avvento, in preparazione al Natale (l’incarnazione di Dio in Gesù), ed era proseguito con la Quaresima, in preparazione alla Pasqua (la resurrezione di Cristo) seguita da un lungo periodo di riflessione sui temi fondamentali della fede cristiana e della vita della Chiesa.
Ora si apre un tempo di più pacata e ampia conoscenza della persona e delle azioni di Gesù, nella sequenza del Vangelo di Luca, che ci accompagnerà fino alle porte del prossimo inverno.
Chi andrà a Messa domenica 26 giugno sentirà risuonare più volte la parola “Libertà”, con il fascino, la complessità, le novità e le contraddizioni che essa suscita.
Non è mai facile soffermarsi sulla “libertà”: c’è il rischio di parlare di qualcosa di illusorio e di astratto. E’ un concetto sottoposto a un’infinità di condizionamenti, a “schiavitù” che ritornano e si riproducono, insuperate e insuperabili, tanto che dire <> non significa mai affermare una transizione totale da uno stato all’altro della vita, quanto piuttosto ribadire una tensione verso un futuro “liberato” dalle tante situazioni, circostanze, tradizioni, strutture, dai tanti psicologismi e soggettivismi che attanagliano l’esistenza personale e sociale di ciascuno (e ciascuno di noi conosce le proprie catene, i propri fantasmi, le proprie costrizioni materiali, relazionali, economiche, culturali…!)
Anche il Cristianesimo – che giunge a sondare le profondità della coscienza – correrebbe il rischio di minimizzare la parola “libertà” qualora volesse ripresentare il fraintendimento di un conflitto tra lo Spirito e la “carne”, tra ragione e sentimento, tra prospettive di concreta liberazione a partire dal piano esistenziale concreto e prescrizioni legalistiche o ascetiche, venendo a far numero con tutte le dottrine religiose che hanno illuminato e intristito il cammino dell’umanità e del mondo.
Scorrendo il Vangelo si incontra un Gesù che parla all’uomo nella sua dignità e interezza: a ogni uomo – non soltanto al credente – che in Lui può ritrovare il significato di ”umano” in quanto tale.
E’ una libertà esigente quella cui chiama Gesù Cristo. Non è volontariato. E’ qualcosa d’altro. Anzitutto perché è un invito che viene “dall’esterno”, non è assecondare un impulso proprio.
E’ una “chiamata” ad entrare in un bizzarro e interminabile itinerario, che i racconti del Vangelo di Luca (cap. 9, versetti 51 – 62) descrivono nell’azione perentoria di mettersi alla sequela di un Maestro (e scoprire “dove abita”) e di un Signore (scoprendo cosa rappresenta di così importante), che mette in discussione la pietà familiare, le cose che si possiedono, le situazioni nelle quali si snoda il presente della propria esistenza, verso un futuro sottolineato da urgenze, scelte radicali, con i relativi distacchi da operare.
I racconti che fa il Vangelo sono casi “esemplari”, lezioni che interessano e coinvolgono qualsiasi lettore ad avere uno sguardo in avanti (libertà come tensione!) per non restare imbrigliati in un passato che ci era caro; ad abitudini rassicuranti e confortevoli; a mentalità che rischiano di fare di noi dei morti viventi (<< lascia che i morti seppelliscano i loro morti!>>).
Il Vangelo di Gesù non fa questioni di gerarchie di doveri (sarebbe un nuovo sistema di leggi morali o comportamentali che asserviscono anziché liberare): apre invece – nell’oggi della vita e di ogni età – prospettive nuove, possibili e inedite di liberazione. Gettare il nostro cuore al di là della frontiera. Solo chi possiede una porzione di futuro nel cuore può combattere a vantaggio della libertà, altrimenti anche se la sua lotta è giusta costruisce schiavitù.

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