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La Sassonia-Anhalt e il prezzo della disconferma ma chi vota AfD non è irrecuperabile .Chi scrive ha un nonno ucciso dai nazisti, e lo dico non per accreditarmi ma perché è da lì che parto ogni volta che affronto questi temi: nessuna indulgenza verso il nazismo o l’estrema destra radicale, fenomeni da combattere senza ambiguità.

di Claudio Rosini

fonte –https://www.strisciarossa.it/la-sassonia-anhalt-e-il-prezzo-della-disconferma-ma-chi-vota-afd-non-e-irrecuperabile

Il 6 settembre 2026 l’AfD ha ottenuto il 44,2% dei voti in Sassonia-Anhalt, più del doppio della CDU: il miglior risultato di un partito di estrema destra in Germania dal dopoguerra, con affluenza record al 78% e — secondo Infratest dimap — il 42% dei giovani tra 18 e 24 anni e il 60% degli operai. Un elettorato giovane e lavoratore, non l’ultima generazione nostalgica di cui si continua a parlare. Per capire perché quel voto sia andato all’AfD, e non a sinistra, serve uno sguardo che vada oltre l’economia e il conteggio dei voti.

Chi scrive ha un nonno ucciso dai nazisti, e lo dico non per accreditarmi ma perché è da lì che parto ogni volta che affronto questi temi: nessuna indulgenza verso il nazismo o l’estrema destra radicale, fenomeni da combattere senza ambiguità. Ma capire non è la stessa cosa che giustificare, e trattare un voto come questo come un’anomalia improvvisa, calata dal nulla, è il modo più comodo per continuare a non saperlo affrontare — e per continuare a perdere.

A cosa serve, di fronte a un dato simile, tirare in ballo la psicologia?

Serve per capire che quello che è successo non è un fulmine a ciel sereno, ma il prodotto di scelte politiche precise. Uso due concetti delle scienze psicologiche per leggere un processo che è, in tutto e per tutto, politico.

La disconferma come meccanismo politico

Paul Watzlawick distingueva tre modi di rispondere alla definizione di sé che una persona propone: conferma, rifiuto, disconferma. Il rifiuto dice “hai torto”, ma riconosce che l’altro esiste, che ha una voce, che merita di essere discusso — era la dinamica novecentesca del conflitto tra padrone e operaio: due parti che si scontravano duramente, ma si riconoscevano come avversari legittimi. La disconferma è più radicale: non entra nemmeno in conflitto con la posizione dell’altro, la ignora, dice implicitamente “tu non sei un interlocutore”. Non è un attacco. È peggio: un’assenza di sguardo. È esattamente ciò che noi progressisti rimproveriamo a Thiel e ai padroni dell’intelligenza artificiale, che trattano il lavoro e la democrazia come ostacoli residuali. Ma è lo stesso meccanismo che le classi dirigenti europee, anche di sinistra, hanno riservato alle proprie classi in difficoltà: la stessa assenza di sguardo, solo rivestita del linguaggio rassicurante della tecnocrazia.

La risposta a questa disconferma è di due tipi. La prima è il ritiro: chi si sente non riconosciuto smette di parlare all’interlocutore. In politica è l’astensionismo di lungo periodo — un elettorato che rinuncia a votare non per indifferenza, ma perché ha concluso che nessuno lo riconosce come parte legittima della discussione. Non è un caso che l’affluenza record in Sassonia-Anhalt sia arrivata insieme al voto di chi non aveva mai votato prima.

La seconda reazione, più tardiva e più esplosiva, è l’adesione totale al primo soggetto politico che promette riconoscimento senza condizioni. Non è un programma, quello che si vota: è il fatto stesso di essere trattati da soggetti portatori di bisogni legittimi. Per questo l’adesione a un partito radicale, una volta scattata, è rigida e insensibile agli argomenti: ogni critica viene letta come l’ennesimo tentativo di ignorare chi la subisce, e produce più consenso, non meno.

La Sassonia-Anhalt racconta esattamente questa sequenza: prima il ritiro, il crollo di fiducia nei partiti tradizionali; poi l’adesione totale verso l’unico soggetto che ha scelto di confermare, invece di giudicare, quel disagio.

Bowen: autonomia e appartenenza

Murray Bowen, nella teoria dei sistemi familiari, descrive una tensione strutturale presente in ogni sistema emotivo: da un lato la spinta all’individualità e all’autonomia, dall’altro la spinta all’appartenenza a un gruppo in cui ci si riconosce simili agli altri. Lo stesso schema vale per la società, continuamente sollecitata da un’informazione distorta: sotto ansia cronica — crisi economiche, trasformazioni rapide, incertezza sul futuro — i sistemi sociali spingono verso confini di gruppo più rigidi, come argine all’ansia diffusa. Un sistema maturo non elimina questa tensione, la tiene in equilibrio: la vera “differenziazione del sé” è restare autonomi pur mantenendo un legame vivo col proprio gruppo.

Non è sempre stato così difficile tenerle insieme. I partiti di sinistra — il PCI in particolare — avevano saputo custodire questa tensione e trasformarla in spinta verso il cambiamento delle classi operaie e contadine: l’appartenenza di classe non era in contraddizione con l’emancipazione individuale, ne era la condizione. Si apparteneva a un partito che era anche casa, sezione, rete di mutuo soccorso — e proprio da lì nasceva la spinta a diventare più autonomi, più coscienti. Appartenenza e autonomia si alimentavano a vicenda, non si escludevano.

Qualcosa, da allora, si è rotto. Le classi dirigenti liberali e progressiste, in Germania e in tutta Europa, hanno finito per incarnare quasi solo il polo dell’autonomia: mobilità, cosmopolitismo, identità scelta più che ereditata, e un’adesione totale alle regole del capitalismo, cui dopo il 1989 si è accodata anche molta sinistra italiana. Oggi facciamo i conti con il capitalismo tecnologico, dove pure la parvenza di democraticità è scomparsa. L’ex Germania Est, segnata da decenni di deindustrializzazione e spopolamento, incarna con più forza il bisogno opposto: radicamento, riconoscimento collettivo, appartenenza. Finché la sinistra tratta il primo polo come progresso e il secondo come arretratezza, non bilancia la dialettica boweniana: la disconferma in uno dei suoi due termini. Bowen descrive cosa succede quando l’appartenenza viene resa sistematicamente illegittima: la risposta non è l’estinzione del bisogno, ma cutoff emotivo o fusione. Il cutoff è la rottura netta con chi nega: sfiducia totale nelle istituzioni, nei media, nei partiti tradizionali, vissuti come blocco ostile. La fusione è l’iper-identificazione con un nuovo gruppo che promette di riassorbire quel bisogno: il confine tra sé e il gruppo si assottiglia, il dissenso interno diventa impensabile, perché equivarrebbe a un nuovo abbandono.

L’effetto combinato

La disconferma non è neutra rispetto a questa dialettica: colpisce sistematicamente il polo dell’appartenenza, perché è il più facile da dipingere come regressivo e tribale, mentre l’autonomia viene sempre raccontata come emancipazione. Quando un sistema nega legittimità a uno dei due poli, l’altro non si indebolisce: si irrigidisce. È ciò che si osserva in Sassonia-Anhalt: un bisogno di appartenenza che, non trovando interlocutori, si scarica nella forma più rigida disponibile sul mercato politico.

Il dato sui giovani è il più duro da digerire. Non sono gli ultimi nostalgici di un mondo che scompare: sono la prima generazione che quel mondo non l’ha nemmeno conosciuto, eppure sceglie il partito dell’appartenenza esclusiva. La disconferma non si è esaurita in una generazione. Si è trasmessa, e irrigidita ancora di più.

C’è una cosa di cui ho imparato a diffidare: pensare l’individuo come separabile dalla società in cui vive e dalla specie a cui appartiene. Sono piani che reggono solo insieme. Quando l’individuo si pensa sciolto dalla società e dalla specie, si spezza qualcosa che di solito non sparisce: si ripresenta altrove, più duro, più semplificato, pronto per chi promette di restituirlo tutto in una volta.

Cosa dovrebbe fare una forza progressista

La risposta non è inseguire la destra sui contenuti, né raddoppiare la disconferma bollando chi vota AfD come irrecuperabile.

Passare dalla disconferma al rifiuto argomentato. Si può dissentire con fermezza, ma va prima riconosciuta la legittimità di chi parla. Una forza progressista deve smettere di rispondere al disagio identitario con etichette morali e tornare a rispondere con argomenti, anche duri. Il rifiuto tiene aperto il conflitto politico; la disconferma lo chiude, e spinge l’interlocutore altrove.

Riconoscere l’appartenenza come bisogno legittimo, non sintomo. Una sinistra che tratta il radicamento come arretratezza culturale parla solo a una minoranza istruita e mobile. Serve un linguaggio capace di parlare di appartenenza senza vergogna, distinguendola con nettezza dall’esclusione xenofoba.

Un partito di sinistra deve saper custodire i propri valori — accoglienza, diritti, transizione ecologica — senza reagire con ansia difensiva ogni volta che l’elettorato esprime un bisogno di appartenenza. Squalificare, isolare, disconfermare è un sintomo di scarsa sicurezza nella forza dei propri valori, non di coerenza.

Nessuna di queste mosse è una ricetta elettorale a breve termine, ma forse è qualcosa che dà senso al dirsi di sinistra.

Giorgio Gaber l’aveva capito prima di tutti: il senso delle cose non si trova chiusi in casa, ma nell’esporsi, nell’incontro con gli altri, nel tornare a stare insieme dove si rischia e ci si mette alla prova. È nella strada che si impara chi si è davvero, non da soli davanti a uno schermo. È a noi di sinistra che credo vada rivolto oggi questo richiamo, di fronte a un voto come quello di Sassonia-Anhalt: tornare nella strada, non per contarci o per indignarci ancora, ma per incontrare chi in questi anni ci ha sentiti lontani.

Bibliografia
Watzlawick, P., Beavin, J. H., Jackson, D. D., Pragmatics of Human Communication: A Study of Interactional Patterns, Pathologies, and Paradoxes, Norton, New York, 1967.
Bowen, M., Family Therapy in Clinical Practice, Jason Aronson, New York, 1978.

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