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Roggero, Fakir e il colpevole che manca all’appello

di Claudio Rosini- Psichiatra

Il caso Roggero e il caso Fakir sembrano appartenere a due mondi opposti. Da una parte un gioielliere condannato in via definitiva per aver inseguito e ucciso due rapinatori già in fuga; dall’altra un uomo che sarebbe morto durante un fermo di polizia, ancora con le fascette ai polsi, secondo quanto emerso finora, mentre i soccorritori tentavano di rianimarlo. Vittime diverse, dinamiche diverse, schieramenti politici opposti che se ne sono appropriati in modo speculare — e va detto subito che i due casi non sono equiparabili sul piano dei fatti: su Roggero esiste una sentenza definitiva, su Fakir le indagini sono ancora in corso e la ricostruzione potrà cambiare.

Eppure il commento pubblico, in entrambi i casi, si è fermato quasi ovunque allo stesso punto: la responsabilità individuale. Roggero ha sparato lui, è colpevole o è una vittima costretta a farsi giustizia da sé? I poliziotti e i sanitari presenti a Bologna avrebbero fatto quello che dovevano, o avrebbero sbagliato loro, singolarmente, in quei minuti? È una domanda legittima, ma è anche una domanda comoda: chiude il caso dentro un nome e una responsabilità penale, e lascia fuori tutto il resto.

Il resto è una cultura diffusa, sedimentata in decenni, che ha reso pensabili tre comportamenti che dovrebbero essere impensabili in uno stato di diritto: che un cittadino privato possa farsi giustizia da sé, inseguendo e giustiziando chi sta scappando; che chi indossa una divisa possa dimenticare, nel momento dell’azione, che il suo compito è tutelare anche chi ha di fronte, non punirlo; che chi presta soccorso possa, anche solo per un attimo, distogliere lo sguardo da un corpo che ha ancora bisogno di aiuto. Sono tre facce dello stesso smottamento: l’idea che la legge sia un ostacolo, non una garanzia, e che ciascuno — cittadino, agente, soccorritore — possa arrogarsi il diritto di decidere da sé quando sospenderla.

Lo dico anche a partire da un’esperienza diretta, che riguarda soprattutto la dimensione di Fakir. Faccio il medico da quasi trent’anni, e mi è capitato più volte di trovarmi in situazioni non così drammatiche ma per certi versi simili: un intervento in cui qualcuno — un collega, un infermiere, un poliziotto — usciva per un momento dal proprio ruolo. E quasi sempre, in quei momenti, c’era qualcun altro pronto a richiamarlo: un vigile del fuoco, un vigile urbano, un altro poliziotto, io stesso, a ricordargli che eravamo lì per un intervento medico-sanitario e sociale, non per altro. Quel richiamo reciproco tra chi era presente non era scritto in nessun protocollo, ma funzionava come un argine silenzioso: teneva ognuno dentro il perimetro del proprio ruolo, anche nei momenti di massima tensione. Temo che proprio questo senso collettivo, questo senso civico del limite che ciascuno riconosceva nell’altro, si stia perdendo.

Non credo che questo significhi diluire la responsabilità individuale in un vago “colpa di tutti”. Significa, semmai, il contrario: la responsabilità individuale esiste, si misura, ha un nome e un cognome — ma esiste dentro una rete di responsabilità collettive che la rendono possibile o la contengono. Quel richiamo reciproco che ricordo dai miei interventi era esattamente questo meccanismo in azione: la responsabilità di chi usciva dal ruolo restava sua, personale, accertabile; ma la collettività presente aveva a sua volta la responsabilità di richiamarla per tempo, prima che diventasse un danno. Quando quella rete si sfilaccia, la responsabilità individuale non sparisce affatto: resta lì, sola, a reggere un peso che prima veniva condiviso e contenuto da altri.

Penso spesso a una distinzione che sta al cuore del pensiero di Bobbio: quella fra diritto e forza, fra uno Stato che si prende il monopolio della violenza legittima proprio per toglierlo ai singoli. La rinuncia individuale alla vendetta privata non è un limite alla libertà, ma la condizione stessa della convivenza civile. Quando quella rinuncia viene percepita come un torto — quando “farsi giustizia da sé” torna a sembrare legittimo, persino eroico — non siamo di fronte a un incidente isolato, ma all’erosione lenta del patto su cui si fonda lo stare insieme. Ed è la stessa erosione, credo, che porta chi indossa una divisa a dimenticare per un momento che il suo compito è proteggere anche chi ha di fronte, o chi presta soccorso a distogliere lo sguardo: la rinuncia a farsi giustizia da sé, il rispetto del proprio ruolo, l’attenzione a chi soffre sono tre facce dello stesso patto, e quando una si sfalda trascina anche le altre.

Io, come persona di sinistra, penso che dovremmo ricordare anche cosa scriveva Bobbio in un altro libro, Destra e sinistra, quando cercava il criterio più profondo per distinguere i due campi e lo trovava non nella libertà ma nell’atteggiamento verso l’uguaglianza: chi sta a sinistra tende a considerare le diseguaglianze qualcosa da ridurre, chi sta a destra tende a considerarle naturali, in certi casi persino utili al funzionamento della società. Visti da questa angolatura, i due casi mostrano qualcosa di scomodo: inseguire e finire chi sta scappando, e trattare chi si ha di fronte come un corpo che non merita più cura, sono entrambi gesti che presuppongono di aver già deciso che quella persona vale meno, che è uscita dal perimetro di chi ha ancora diritto a essere considerato un pari. Non stupisce che il dibattito su Roggero e su Fakir si sia polarizzato esattamente lungo quella linea che considero la discriminante ultima: non chi è più o meno libero, ma chi continua davvero a considerare l’altro un suo eguale.

Non scrivo questo per assolvere nessuno — le responsabilità individuali vanno accertate, non diluite. Scrivo per aggiungere un livello che oggi manca quasi del tutto al dibattito pubblico: quello di una collettività che ha smesso di riconoscersi nelle regole che si è data, e che per questo produce, con regolarità impressionante, Roggero che sparano, agenti che dimenticano il proprio ruolo, soccorritori che per un istante voltano lo sguardo altrove.

Il vero scandalo, forse, non è nei singoli fascicoli giudiziari. È che continuiamo a discuterne come se lo fosse.

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