Il nuovo pacchetto sicurezza presentato dal governo prevede ulteriori strette per le Ong che salvano dai naufragi, per i ricongiungimenti familiari e persino per i rinchiusi nei Cpr, strutture sempre più disumane e soprattutto inutili
Share0fonte Centro Studi e Ricerche IDOS
Erodere gli ultimi diritti rimasti ai pochi irregolari che finiscono nella rete dei Cpr. Rendere la vita ancora più difficile a chi cerca di salvare vite umane dai naufragi. E, novità, limitare le possibilità di ricongiungersi con la propria famiglia.
Potrebbero aumentare di numero le politiche italiane improntate al sadismo verso i migranti, denunciate da Idos alla presentazione Dossier Statistico Immigrazione 2025. Dipenderà dal percorso del “nuovo pacchetto sicurezza” presentato dal governo a metà gennaio e non ancora discusso in Consiglio dei ministri. Due testi normativi (un disegno di legge e un decreto) volti a intervenire su temi come la violenza giovanile e le manifestazioni pubbliche di protesta, ma che includono anche ulteriori strette sull’immigrazione.
Le nuove proposte di inasprimento
Una di queste riguarda i Cpr (Centri di permanenza per il rimpatrio), ex Cie (Centri di identificazione ed espulsione, istituiti già dal Testo unico sull’immigrazione del 1998): 10 strutture attive sul territorio nazionale (più quella extraterritoriale di Gjader, in Albania) di dubbia costituzionalità in cui, per un tempo estremamente lungo (da qualche anno riportato fino a un massimo di 18 mesi!), vengono rinchiusi in “detenzione amministrativa”, e quindi privati delle libertà soggettive, gli stranieri intercettati in condizione di irregolarità giuridica sul territorio italiano (privi di permesso di soggiorno o con il permesso scaduto e non rinnovato), affinché, ivi identificati, da lì vengano – in teoria – rimandati nel Paese d’origine, generalmente con un volo su aerei di linea, dando così effettuazione all’espulsione prevista per tutti i non comunitari che soggiornano in Italia senza valido titolo.
La nuova proposta mira a privare i migranti non comunitari lì detenuti anche del gratuito patrocinio legale (senza verifica del reddito), necessario per poter eventualmente impugnare i provvedimenti di espulsione.
Stretta su Ong e ricongiungimenti
Prima di approfondire le condizioni di vita (e gli scarsi risultati) dei Cpr, bisogna citare le altre due principali modifiche normative sull’immigrazione presenti nei due testi. La prima riguarda ancora le Ong: se un decreto del 2023 le aveva già obbligate a raggiungere porti lontanissimi (anche molti giorni di navigazione) per far sbarcare i migranti salvati dalla morte in mare, ora si propongono dei veri blocchi navali fino a 6 mesi per le imbarcazioni che costituiscono una “minaccia per l’ordine pubblico e la sicurezza nazionale”; le Ong non vengono esplicitamente nominate, ma è chiaro che si tratta di una norma tesa a ostacolare proprio la loro attività di salvataggio e testimonianza.
L’altra stretta riguarda i non comunitari già residenti in Italia, per alcuni dei quali sarà più difficile farsi raggiungere dai propri congiunti: tra le misure ulteriormente restrittive previste dal pacchetto spiccano – come ha ben sintetizzato Annalisa Camilli su Internazionale – “l’obbligo di trascrizione in Italia del matrimonio contratto all’estero; sono esclusi i figli maggiorenni a carico in condizioni di invalidità totale e dei genitori a carico, senza figli nel paese di origine o ultrasessantacinquenni con figli, nel paese di origine, impossibilitati al loro sostentamento per documentati gravi motivi di salute; [la] sostituzione del parametro reddituale, oggi legato all’assegno sociale aumentato della metà per ogni familiare, con quello previsto per accedere al gratuito patrocinio; [il] restringimento dei requisiti relativi al reddito dimostrabile”.
Il caso dei Cpr, “inferni a porte chiuse”
L’ultima edizione del Dossier Statistico Immigrazione si occupa dei Cpr attraverso un contributo di Andrea Oleandri della Cild (Coalizione italiana libertà e diritti civili), dal quale emergono impietosamente i persistenti limiti giuridici e soprattutto di efficacia di questi centri. Difesi con più o meno forza da tutti i governi degli ultimi 30 anni come il principale strumento per i rimpatri di stranieri irregolari, dal 2019 al 2024 i Cpr hanno conosciuto una media di rimpatri annua di circa 2.800 migranti, pari a meno della metà di quelli che annualmente vi vengono reclusi e con un tasso di rimpatrio che negli ultimi 3 anni (2022-2024) è andato addirittura diminuendo (dal 49,4 al 47,0% fino al 43,0% nel 2024). È da sottolineare che gli immigrati irregolari intercettati e rinchiusi nei Cpr (circa 6.000 all’anno in media) rappresentano una quota infima della loro presenza complessiva in Italia, stimata dall’Ismu in circa 500mila persone.
A questa evidente e crescente inefficacia dei Cpr, quanto a capacità di rimpatriare effettivamente gli irregolari intercettati (inefficacia causata soprattutto dall’assenza di una legittimazione giuridica al rimpatrio: la mancanza quasi totale di accordi di riammissione dell’Italia con i Paesi d’origine), fanno da contraltare le gravissime e inumane condizioni di vita in cui vi vengono tenuti i migranti reclusi. Complice l’impossibilità di entrare nei Cpr, a meno che non si sia accompagnati da parlamentari, in questi luoghi blindati dalla sorveglianza della polizia si consumano le più terribili forme di sofferenza dei detenuti: come evidenziato da Luca Di Sciullo in occasione della prima presentazione del Dossier Statistico Immigrazione 2025 a Roma, “i suicidi tentati e riusciti sono all’ordine del giorno, come i cibi guasti, i topi, l’immondizia, la puzza, le percosse, gli atti di autolesionismo, le violenze fisiche e psicologiche, l’abuso di psicofarmaci, le fratture autoprocurate e le labbra autocucite pur di farsi ricoverare e uscire” da quegli “inferni a porte chiuse” che sono i Cpr.
A certificare l’inutilità di un simile istituto basti dire che, dopo un anno e mezzo di reclusione nelle condizioni sopra descritte, se il rimpatrio non è stato possibile, l’irregolare viene rilasciato con un “foglio di via”, ovvero con una intimazione formale a realizzare con i propri mezzi ciò che in 18 mesi lo Stato non è riuscito a fare (il rientro nel proprio paese)!
Una intimazione che nella stragrande maggioranza dei casi non viene ottemperata (sia per mancanza di volontà, sia per mancanza di mezzi), per cui il migrante torna a disperdersi da irregolare sul territorio nazionale: ovvero, torna esattamente nella stessa condizione in cui si trovava al momento dell’arresto. Ma con molti più gravi problemi di salute mentale e fisica.
