Quel 30 aprile del ’50 quando nella piazza di Celano furono uccisi i braccianti Berardicurti e Paris
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Le vittime erano due braccianti, Antonio Berardicurti di 35 anni ed Agostino Paris di 45 anni. Entrambi lasciarono moglie e figli in tenera età. Oltre ai due morti, nella sparatoria del 30 aprile restarono ferite altre 12 persone che si trovavano in quel momento nella piazza centrale di Celano.

La lapide della tomba comune che si trova nel cimitero di Celano e in cui riposano le spoglie delle due vittime reca un’epigrafe scritta da Bruno Corbi: Carica di odio e di paura, la reazione agraria, riarmando i fascisti, complice il governo, ha scritto un’altra pagina di sangue e di morte, nel tentativo vano di arrestare così l’avanzata dei lavoratori che, giorno per giorno, nel sacrificio e nel dolore, lottano per costruire il mondo della vita e della pace. In alto è presente un distico di Evasio Di Renzo: La fede li unì, la morte li fuse, il ricordo dei compagni li eterna.

Una pagina nera della storia italiana poco conosciuta riprende vita in questo libro, che si muove tra l’inchiesta e il memoir, la rievocazione individuale e le testimonianze a caldo dell’epoca. Sulla piazza di Celano, la sera del 30 aprile 1950, i carabinieri, le guardie del principe Torlonia, padrone delle terre dell’ex lago Fucino, e un gruppo di fascisti spararono su una folla di braccianti, che attendevano di essere ingaggiati. Uccisero due uomini e ferirono una decina di persone, ma gli assassini, benché riconosciuti dalla folla, rimasero ignoti e impuniti, così l’eccidio di Celano, di cui si occuparono diversi giornali, italiani e esteri, restò un «cold case». Renzo Paris ne è stato testimone oculare all’età di sei anni. Era andato in piazza IV Novembre con i suoi genitori e la gente della baraccopoli del rione Campitelli, il più malfamato del paese. Teneva con sé in una gabbietta l’amatissimo picchio rosso, che nella sparatoria subì la stessa sorte dei caduti. Così il ricordo personale si intreccia con la memoria storica nella ricostruzione di una ferita insieme pubblica e privata, che rappresenta la perdita dell’innocenza di un’infanzia, ma anche di una nazione che si era illusa di poter rinascere redenta dalle stesse sue ceneri.
