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Avezzano, la bomba, l’evacuazione. Madre moribonda scelse di morire a casa

di Vittorio Tucceri -Avezzano 24 febbraio 2023

Un racconto ispirato all’attualità

Anna, la madre, aveva novantaquattro anni ed era allettata da due settimane. Gli chiese, con un respiro simile a un sibilo: “Promettimi che resterai con me anche domenica prossima”.

“Te lo prometto, mamma”, rispose il figlio Daniele.

“Anche se Avezzano dovrà essere sgomberato per la bomba?” domandò lei con un soffio di voce.

“Certo, anche se c’è la bomba”, la rassicurò Daniele, tenendole la mano smagrita, solcata da minuscole vene.

“E non hai paura? L’hanno trovata qua vicino, in via Opi”

“Lo so”, rispose Daniele, dandole una carezza sulla guancia. “Io non ho paura e neppure tu”.

A sessantaquattro anni, dopo tanto tempo, Daniele era tornato ad Avezzano dagli Stati Unti per lei. Gliel’aveva detto: ‘Mamma, tornerò quando sarà il nostro momento’. Il momento era arrivato, nella piccola casa materna, umida e un po’ spoglia, in cui sulla parete della camera era fissata una Madonna con una piccola luce. Nell’ambiente dimesso e silenzioso, dove era vissuta per una vita, ora Anna lottava per conquistare ogni singolo respiro e ribellarsi alla malattia che la stava spegnendo.  Lei annaspò l’aria con faticose boccate, socchiudendo gli occhi che sembravano stanchi di aprirsi ancora sulla vita.  Colpi di tosse le fecero sussultare il petto e allora Daniele con sollecitudine le sollevò delicatamente la testa dal cuscino per alleviarle la sofferenza. Il figlio andò in cucina a prenderle dell’acqua e guardò fuori dalla finestra. C’erano uomini in divisa che camminavano lungo la strada, gesticolando e parlando con dei residenti. Di divise ne vedeva ormai da giorni, anche nelle altre strade vicine, in via Garibaldi e via Sant’Andrea, insieme a pompieri e ambulanze. Via Opi, dove c’era la bomba, si trovava a un centinaio di metri. Gli operatori del servizio civile erano già stati da loro, come dagli altri residenti, per programmare lo spostamento degli abitanti per domenica.

La madre, con un grande sforzo, mandò giù un paio di sorsi d’acqua e lo guardò con l’ombra di un sorriso. “Dammi un bacio”, disse con voce catarrosa.

Il figlio si chinò su di lei e strinse delicatamente il profilo di quelle ossa fragili come cristallo; la tenne così per diversi istanti, senza parlare, fin quando si staccarono.

“Hai detto a quelli del Comune che domani mi porterai via da qui?”, chiese Anna.

“Sì”

“Ma non lo farai, vero?” Glielo chiedeva di continuo come in una preghiera pietosa.

“No, mamma, e lo sai”

“Voglio morire in questa casa, dove ho vissuto”

Le posò la mano sui capelli secchi come setole: “Farò quello che ho promesso, nessuno ti porterà via da qui né domenica né in un altro giorno”

“Ho bisogno di sentirtelo dire, figlio mio”. Riprese le forze per infilare altre parole: “E come faremo?”

“Ci penso io, stai tranquilla.” Lei lo guardò con gli occhi stanchi e poi si assopì, risucchiata dal respiro rasposo che risaliva dalla gola.

Daniele, senza togliersi i vestiti, le si sdraiò accanto nel letto e restò a fissare il soffitto. Ora che era vicino, gli arrivava più forte l’ansito appesantito del suo respiro: le cose stavano per compiersi.

Daniele si addormentò e si svegliò quando i brontolii catarrosi le provocavano accessi di tosse.

Il giorno dopo verso le nove arrivò il medico di famiglia, Borbotti, che Daniele aveva sentito per la prima volta al telefono due giorni prima. Il dottore gli aveva descritto la gravità dello stato di Anna senza andare nei particolari. Era alto e affabile, un viso affilato e una voce un po’ infantile. Palpò con mossa rapida la paziente al petto e al collo ed esaminò i polpacci, gonfi per i liquidi accumulatisi. Disse alla fine dell’ispezione: “Sarà per domani, forse dopodomani, difficile dirlo. Sta per entrare in uno stato preagonico”.

Daniele annuì e disse: “Per domenica mi obbligano a spostarla ma non lo farò”

Il dottore sospirò: “Non ha senso spostare una paziente in queste condizioni ma il Comune ha deciso l’evacuazione. Lei sarà l’unico a restarle al fianco?”

“Sì, ho liberato anche la badante. Non ci saranno estranei quando sarà il momento”

Il medico gli strinse la mano per accomiatarsi e lui lo seguì fuori, sul piccolo balcone dell’abitazione. A Daniele faceva strano essere là, a casa della madre, dopo tanti anni di assenza trascorsi a Chicago dove era manager di un’industria di materiali edili. Nel luogo a pochi metri dalla bomba faticava a incastrare lontani ricordi perché nel tempo il posto era cambiato profondamente. Da ragazzo in quella via c’erano solo poche case; poi ne erano state costruite altre, una dietro l’altra, fino a che gli edifici si erano quasi saldati tra loro.

In strada i movimenti proseguivano. Due uomini in divisa sgargiante uscivano da una casa in fondo alla strada portando su una lettiga un uomo anziano per sistemarlo a bordo di un’ambulanza, con motore acceso e luci lampeggianti. In un altro punto un uomo metteva un materasso all’interno del portabagagli e due donne si lamentavano dei disagi dovuti alla necessità di dover lasciare le abitazioni. Daniele considerava con indolenza l’animazione per strada: sua madre stava per morire, che importanza poteva avere quell’affannarsi? Rientrò in casa. La madre dormiva ancora e lui, per la prima volta, pensò con angoscia che i suoi occhi non si sarebbero più aperti sulla vita e su di lui. In quell’istante suonò il campanello e quando aprì si trovò di fronte due operatori del Comune. Passavano in rassegna le abitazioni prima dello sgombero di domenica.

“Non mi muoverò da questa casa”, disse loro Daniele senza giri di parole. Il meno giovane dei due consultò il cellulare, chiese conferma delle sue generalità e di quella della madre.

“Questa casa è in piena zona rossa, entro domenica deve lasciarla”, disse l’operatore comunale.

“Non se ne parla”, replicò Daniele.

 “Perché?”

“Mia madre sta molto male, vuole morire qui”

Il suo interlocutore, dopo un attimo di perplessità, prese un foglio dal collega più giovane e glielo mostrò ma Daniele non abbassò neppure gli occhi per leggerlo.

“Questa è l’ordinanza di evacuazione firmata dal sindaco. Tutti devono osservarla, a maggior ragione lei a cui è affidato un soggetto fragile”

“Mia madre non è un soggetto fragile, è in agonia”, replicò Daniele con vivo disappunto.

“L’ordinanza è un atto normativo e comporta degli obblighi”

“Non ce ne andremo da qui per nessun motivo”, ribadì Daniele.

“Dovrò segnalarlo alle autorità amministrative”, disse il dipendente comunale. “Lei rischia la denuncia e persino l’arresto”

Daniele provò pena per quell’uomo così ossequioso alle sue regole e così lontano dal dolore che lui stava vivendo. Mentre i due uscivano rispose alla chiamata di Paola, la badante che aveva accudito la madre nell’ultimo anno.

“Buongiorno, signor Daniele, come sta la signora Anna?”

“Dorme”, rispose, “spero che scivoli con un po’ di dolcezza dall’altra parte della vita”

“Negli ultimi tempi”, aggiunse Paola, “non faceva altro che parlare di lei e di una promessa che le aveva fatto. Sapeva che la malattia progrediva”

Daniele non rispose e annuì con gravità, come se qualcuno potesse vederlo.

“Ce la farà da solo ad assisterla? E’ una malata impegnativa, adesso. Non vuole proprio che la aiuti? Per un uomo poi è ancora più complicato”, commentò la badante.

“Non ne avrà ancora per molto, voglio esserci solo io”

“Come vuole, sappia però che mi può chiamare quando vuole”, aggiunse Paola.

“Grazie”.

“Ha preparato tutto per spostarla domenica?”

“Sì”, mentì lui, salutandola.

Anna, oltre alla respirazione rasposa, non riapriva gli occhi da ore, immersa in un sonno che le teneva la bocca aperta. L’esile corpo affiorava appena dal lembo di un lenzuolo, leggermente inclinato al lato destro. Non beveva più da ore. Il figlio guardò le caviglie spaventosamente gonfie da cui, nei giorni precedenti, erano sortiti liquidi purulenti. “Mamma”, sussurrò, trattenendo le lacrime e prendendole la mano. “Ti ho lasciato troppo tempo sola.” Lei gliel’aveva rimproverato spesso, al telefono, dall’altra parte dell’Oceano.

Suonarono al campanello e dalla tenda della finestra vide tre uomini davanti al cancello. Suonarono una seconda e una terza volta ma Daniele non aprì, restando con gli occhi accostati alla tenda che impediva di vedere dentro a chi guardava dall’esterno. Uno dei tre uomini si spostò verso il centro dell’abitazione e guardò con insistenza verso la finestra, per cogliere indizi di eventuali movimenti all’interno dell’abitazione. Nel frattempo alcuni vicini si erano uniti ai tre. Premettero di nuovo il campanello ma Daniele non si mosse. Si spostò alla finestra laterale del bagno si accorse che c’era l’auto bianca dei vigili urbani. Uno dei tre uomini scattò delle foto e prese un rapido appunto mentre altri curiosi si unirono al drappello. Daniele continuò a osservare la scena e dopo una mezz’oretta il piccolo gruppo si sciolse. Tornò dalla madre e nella parziale oscurità della camera gli sembrò che sorridesse.  Andò in cucina, prese dell’olio e lo versò su due fette di pane, masticando lentamente, poi estrasse una bottiglia dal cesto che lui stesso aveva portato il giorno prima. Col trascorrere delle ore provava uno stato d’animo indecifrabile: a tratti gli pareva di trovarsi dentro a un sogno nella sua lontana casa in America. Quando sarebbe successo? Tra un minuto, tra quattro ore o l’indomani? Cos’era la sua se non la solitaria, inutile difesa di quel corpo privato di ogni funzione vitale?  Nel frattempo fuori c’era la vita della gente, la mobilitazione delle istituzioni, l’ansia dell’evacuazione, l’allarme crescente che avrebbe avuto il picco più alto nelle ore successive.  Ad un certo punto, squassata da sciami di tosse, Anna si riebbe, aprì e sbarrò gli occhi, farfugliò qualcosa di incomprensibile; le offrì dell’acqua che risputò con dei gorgoglii. Nei minuti seguenti riprecipitò in uno stato precomatoso. Spossato, Daniele fu vinto a sua volta dal sonno e ridestò alle soglie dell’alba, seduto accanto a lei che veniva attraversata da una specie di fischio rauco. Era ormai sabato, la vigilia dell’evacuazione, che trascorse fino a pomeriggio inoltrato senza imprevisti fino a quando, verso le diciotto, sentì dei rumori all’esterno e subito dopo una voce amplificata da un megafono dire: “Sono il sindaco, la prego di aprire”. Daniele l’aveva visto nelle foto, era proprio il sindaco che entrò, da solo, volutamente, forse per non drammatizzare il momento. Era sui cinquanta, un po’ calvo, viso ovale, media statura. Daniele non lo invitò neppure a sedersi e si mise davanti a lui guardandolo severamente. L’amministratore disse di essere al corrente della situazione.

“E’ vero che non vuole lasciare la casa?”

“E’ vero”

“Le regole sono uguali per tutti”, dichiarò il sindaco.

“Lei ha sua madre?” chiese Daniele.

“Morta due anni fa”

“Allora dovrebbe capire cosa significa avere la propria ancora in vita”

“Dovrete solo spostarvi domenica e per poche ore” disse l’amministratore.

“Mia madre ha scelto di morire nella sua casa e così sarà”, disse con fermezza Daniele.

“Non ci si fa le regole in proprio, lei è un cittadino come altri”

“Ci sono regole più importanti del sentimento di un figlio al capezzale della madre morente?” replicò Daniele.

“Le regole sono per la sicurezza di tutti, l’amore materno è un fatto privato”, rintuzzò il sindaco.

“Vorrà dire che accetterò i pericoli”

“Ci sono dei protocolli da rispettare e un rischio concreto per la popolazione. Io e i miei collaboratori siamo impegnati da giorni e giorni per tutelare l’incolumità di tutti”, incalzò il sindaco.

Daniele indicò polemicamente con la mano destra la camera da letto: “E non esistono protocolli per una madre che chiede di morire dov’è vissuta in compagnia del figlio che rivede dopo anni?”

Il sindaco era spazientito: “Sono venuto di persona per evitarle il peggio ma se insiste saremo costretti a denunciarla perché c’è un’ordinanza di evacuazione”

“Non mi spaventa la sua ordinanza ma la mancanza di sentimento”, disse con asprezza Daniele.

Il primo cittadino scosse il capo: “Lei rischia anche l’arresto oltre ad avere la responsabilità della sua anziana madre”

“L’unica responsabilità che ho è quella di doverle stare accanto fino alla fine”, ribatté Daniele, facendo capire all’altro che il colloquio era finito.

Congedandosi l’amministratore lo ammonì: “Se non recede dal suo proposito sarò costretto a farla sgombrare con la forza. Ci ripensi”

La madre, col passare delle ore, non riprese più conoscenza, il respiro si fece più tenue e lungo, sempre più lungo, tanto che a volte tratteneva l’aria per parecchi secondi. Daniele era sopraffatto da una stanchezza che veniva da lontano e alternò per tutta la notte veglia e sonno, seduto come una sfinge accanto al letto. La spossatezza s’era impadronita delle sue membra e ad essa sopravvenne una bolla di pena, pietà e angoscia che crebbe ed esplose di colpo dentro di lui. Scoppiò in un pianto silenzioso e le lacrime insorsero rapide scivolando sulle guance e poi sul mento. Proprio allora Anna ebbe un rigurgito che le fece sussultare il petto e Daniele, spaventato, sobbalzò sulla sedia prorompendo in un grido. Subito dopo la madre ricadde in un abisso di torpore e immobilità. Tra dolore e sfinimento, Daniele fluttuò per un tempo indefinito in una specie di nebbia confusa da cui riemerse a seguito del rumore di colpi sull’uscio. L’orologio segnava le 9.10, mezz’ora oltre l’ora fissata per l’evacuazione. A ogni percossa sulla porta lui stringeva la mano della madre, chino sul suo fiato greve, serrava i denti e pregava per lei a fior di labbra, socchiudendo gli occhi. Dopo un po’ le percosse cessarono ma lui non si mosse dalla poltrona. Nei minuti successivi dalla strada non arrivarono più rumori; tutto era deserto e immobile come in un set cinematografico. L’ultimo palpito Anna lo emise attorno alle undici. Daniele s’inginocchiò davanti al letto, a capo chino; con un tocco di farfalla le sfiorò il viso e si lasciò andare sul letto. Tutto si era compiuto e all’improvviso si sentiva alleggerito nel cuore, lieve nella mente, purgato dalla pena.

Le pompe funebri, che aveva chiamato solo un’ora dopo la morte, non arrivarono che dopo le 14.00 perché il traffico era stato bloccato in tutta la città. A precedere l’agenzia funebre fu il medico legale che gli fece compilare gli atti burocratici che firmò in silenzio, senza leggere i fogli. Alla polizia, arrivata nel frattempo a notificargli l’arresto in flagranza, chiese di poter prima accompagnare la madre al cimitero, cosa che le venne concessa. Al camposanto Daniele baciò la bara e sostò per diverso minuti, guardato a vista dai poliziotti. I visitatori osservavano incuriositi la scena e gli uomini in divisa. Daniele lanciò un ultimo bacio alla madre, poi salì sulla volante. Pian piano il traffico riprese a fluire nelle strade e via Opi, in cui era stato rinvenuto l’ordigno, fu tra le prime ad animarsi perché la più affamata di normalità dopo tanti giorni di allarme. Le abitazioni si riempirono di rumori, luci e persone, una fila di auto risalì dal Cupello verso via XX Settembre, i cartelli orari della stazione ferroviaria aggiornarono le corse soppresse e piazza Risorgimento si ripopolò di gruppi di pedoni. Nonostante fosse febbraio c’era il sole e la gente ne godeva dopo giorni di freddo e di timori. Al Concentramento, alla periferia di Avezzano, qualcuno giurò di aver udito il lontano eco della detonazione della bomba, fatta brillare dagli artificieri in un punto non lontano da Massa d’Albe. Non ci furono però altre conferme e il pomeriggio assolato si portò via le ultime inquietudini.

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Nota. Il racconto è un’opera di fantasia. I riferimenti a persone, fatti, luoghi e situazioni sono del tutto casuali. Di reale c’è solo la città di Avezzano. 

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