LETTERA APERTA ALLA COMUNITÀ DI CANISTRO SUPERIORE – Canistro Superiore non è morto. È stanco, forse ferito, ma è vivo. di Aleandro Mariani
Share0Chiude il bar a Canistro Superiore, non si perde solo un negozio, ma si perde un pezzo di vita quotidiana.
“Se vuoi costruire una barca, non radunare uomini per tagliare legna e distribuire compiti, ma insegna loro la nostalgia del mare vasto e infinito.”
— Antoine de Saint-Exupéry
Cari concittadini, amici di Canistro Superiore,
scrivo queste parole non per cercare colpevoli né per alimentare polemiche, ma da cittadino che ha questo paese cucito nel cuore.
Sono nato e cresciuto tra queste strade. Al bar e all’alimentari ho imparato il valore della comunità da persone che, senza grandi discorsi, mi hanno insegnato ad ascoltare, rispettare, ridere e talvolta discutere. In un piccolo paese, il bar non è mai solo un’attività commerciale: è il motore della socialità, il luogo dove le storie si intrecciano e ci si scopre vicini.
Quando l’ultimo presidio chiude, non perdiamo solo un negozio. Perdiamo un pezzo di vita quotidiana.
Un paese vive di gesti semplici: il rumore di una serranda che si alza, l’odore del caffè al mattino, il pane comprato a piedi, due chiacchiere in piazza. Negli ultimi anni, invece, ci siamo abituati a una parola pesante: resistere. Ma un paese non deve limitarsi a resistere. Deve vivere.
Lo spopolamento delle aree interne è un fenomeno antico, ma la rassegnazione non è inevitabile. Troppo spesso abbiamo ascoltato promesse sospese tra “vedremo” e “faremo”, mentre il tempo passava. Chi dice che ormai non c’è più nulla da fare ha già reso le armi. Io non ci sto.
La vera domanda che dobbiamo porci è: cosa vogliamo che sia Canistro Superiore tra vent’anni?
Vogliamo un borgo cartolina, affollato qualche settimana d’estate e spento per undici mesi? Oppure un luogo in cui scegliere di restare, tornare, investire e crescere dei figli?
La memoria è un dovere, ma le tradizioni e i musei rischiano di trasformarsi in reliquiari se intorno non resta una comunità viva. Un turista che trova solo porte chiuse scatta una foto e se ne va. Un paese ha bisogno di chi resta, di una luce accesa la sera, di una tavola apparecchiata.
E poi c’è la nostra acqua. L’acqua per Canistro non è una pratica amministrativa: è identità, storia, lavoro e montagna. È la nostra risorsa più preziosa e abbiamo il dovere di difenderla e valorizzarla. Indebolire questo legame significherebbe privare il paese del suo stesso futuro.
Eppure, il futuro che immagino per Canistro Superiore esiste già. Lo abbiamo visto a Ferragosto, attorno a quella tavolata nel cuore del paese: oltre cento persone tra anziani, giovani, bambini, residenti e tanti emigrati tornati a casa. Lì c’erano risate, storie e vita. Lì c’era una comunità.
Canistro Superiore non è morto. È stanco, forse ferito, ma è vivo.
Tanti borghi italiani dimostrano che il declino non è un destino scritto. Per cambiare rotta servono visione, coraggio e un’amministrazione e una comunità capaci di credere in se stesse. Questo non vuole essere un atto di denuncia, ma un invito a raccogliere le forze: rivolto a chi è rimasto, a chi vuole tornare, ai giovani, agli anziani, alle associazioni e alle istituzioni.
Nessuno può salvare un paese da solo, ma una comunità unita può riprenderne in mano il destino.
Non limitiamoci ad amministrare ciò che resta. Immaginiamo e costruiamo ciò che può ancora nascere. Voglio continuare a camminare per queste strade e sentire la vita che prosegue. Voglio che la storia di Canistro Superiore continui a coniugarsi al presente e al futuro.
Canistro Superiore non ha bisogno di essere solo ricordato. Ha bisogno di essere vissuto.
Con l’amore di chi continua a crederci,
Aleandro Mariani
