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Mentre le comunità locali e l’associazionismo producono inclusione attraverso il lavoro, la scuola e le famiglie, gli apparati burocratici e di polizia continuano a operare come se la presenza immigrata fosse ancora temporanea e reversibile. Il paradosso di Roma e del Lazio

fonte IDOS

di Raniero Cramerotti*

La fotografia che emerge dalla XXI edizione dell’Osservatorio sulle migrazioni a Roma e nel Lazio restituisce un paradosso sempre più evidente. Da una parte vi è una popolazione immigrata che si è progressivamente radicata nel territorio, contribuendo in modo decisivo alla tenuta demografica, alla vitalità economica e alla riproduzione sociale della regione. Dall’altra, permane un sistema istituzionale che, a livello locale, declina politiche nazionali che continuano a leggere e governare le migrazioni come un fenomeno straordinario ed emergenziale, da contenere a ogni costo attraverso apparati burocratici e di polizia. È in questa frattura che si produce il principale cortocircuito del Lazio.

Una dinamica paradossale
I numeri raccontano una realtà ormai consolidata. Oltre 650 mila cittadini stranieri residenti rappresentano più dell’11% della popolazione regionale. La loro presenza contribuisce a compensare il declino demografico della componente italiana, sostiene la natalità, alimenta il mercato del lavoro e produce ogni anno migliaia di “nuovi” cittadini attraverso le acquisizioni di cittadinanza. Si rafforzano, insomma, i percorsi di stabilizzazione, che confermano come non si tratti di una popolazione di passaggio, ma di una componente strutturale della società laziale, profondamente inserita nei suoi meccanismi economici e sociali.

Eppure, le politiche pubbliche sembrano muoversi nella direzione opposta. Mentre la realtà parla di radicamento, il quadro normativo e amministrativo continua a privilegiare strumenti concepiti per una gestione temporanea e contenitiva. Il caso più evidente è quello dell’accoglienza. Nel Lazio, oltre sette persone accolte su dieci si trovano ancora nei Centri di accoglienza straordinaria (CAS), mentre il Sistema di accoglienza e integrazione (SAI) — l’unico esplicitamente orientato all’autonomia e all’inclusione territoriale — resta largamente sottodimensionato. Il risultato è una filiera dell’accoglienza sempre più sbilanciata verso grandi strutture, spesso sovraffollate, caratterizzate da una crescente concentrazione gestionale e da una presenza sempre più rilevante di operatori for profit.

Si assiste così a una dinamica paradossale. Nel momento in cui la presenza immigrata diventa sempre più permanente e richiederebbe investimenti in integrazione, servizi territoriali e percorsi di autonomia, il sistema continua a rafforzare il circuito straordinario. Si definanzia l’inclusione e si alimentano meccanismi di esclusione. Si depotenziano gli strumenti che accompagnano le persone verso la piena partecipazione sociale e si espandono quelli pensati per impedirla. È un modello sempre più distante dalla realtà che dovrebbe governare.

La “produzione” dell’irregolarità
Ma il cortocircuito non riguarda soltanto l’accoglienza. Riguarda anche la produzione stessa dell’irregolarità. Troppo spesso il dibattito pubblico continua a rappresentare l’irregolarità come una condizione originaria, quasi una caratteristica delle persone migranti. I dati raccontano invece una storia diversa: l’irregolarità è prodotta dalle politiche e dalle prassi amministrative.

Lo dimostra anzitutto il fallimento dei decreti flussi. Nel Lazio, come nel resto del Paese, solo una minima parte delle quote programmate si traduce effettivamente in ingressi regolari e in permessi di soggiorno. Procedure complesse, tempi incompatibili con le esigenze del mercato del lavoro e un sistema costruito sull’irrealistica pretesa di far incontrare a distanza domanda e offerta producono inevitabilmente dispersione, abbandoni e vulnerabilità. Ma non è solo la gestione degli ingressi per lavoro a generare nuova irregolarità.

A produrla sono anche le politiche nazionali ed europee di contrasto e contenimento dell’asilo e, sul piano locale, le modalità attraverso cui tali dispositivi vengono concretamente amministrati. Roma rappresenta oggi uno degli esempi più evidenti di questa dinamica. Le difficoltà di accesso agli uffici della Questura, i tempi lunghissimi per la formalizzazione delle domande e quelli ancora più estesi per il rilascio dei documenti trasformano un diritto riconosciuto dalla legge in un percorso a ostacoli. Per mesi, talvolta per anni, persone appena arrivate restano sospese in una sorta di limbo amministrativo, senza documenti, senza accesso all’accoglienza e senza la possibilità concreta di costruire un percorso di autonomia.

Le conseguenze sono visibili nello spazio urbano. L’attesa burocratica si traduce in marginalità abitativa, lavoro nero, sfruttamento e vulnerabilità sociale. Donne e uomini privi di reti familiari e risorse economiche vengono lasciati a fronteggiare da soli una condizione di precarietà prodotta. In questo senso, la marginalità che emerge nelle strade, nelle stazioni, negli insediamenti informali e nelle periferie urbane non è un effetto collaterale inevitabile delle migrazioni, ma il precipitato concreto di assetti amministrativi e scelte politiche deliberate, che si intrecciano con le criticità tipiche delle grandi aree urbane. I territori si trovano così a gestire le conseguenze sociali di decisioni assunte altrove, spesso senza disporre degli strumenti adeguati per affrontarle.

La frattura da ricomporre
Roma e il Lazio mostrano quindi, in forma particolarmente nitida, la contraddizione che attraversa oggi il governo delle migrazioni in Italia. Da una parte una società che, pur tra difficoltà e disuguaglianze, integra quotidianamente attraverso il lavoro, la scuola, le famiglie, le relazioni sociali e le nuove cittadinanze. Dall’altra un sistema istituzionale che continua a operare come se la presenza immigrata fosse ancora temporanea e reversibile. Il risultato è che, mentre la realtà produce integrazione, le politiche producono esclusione attraverso ritardi, rigidità e incoerenze normative e amministrative.

In questo scenario, gli Enti locali, insieme alle reti sociali, associative e territoriali svolgono un ruolo fondamentale di compensazione. Pur operando entro vincoli normativi spesso molto stringenti, cercano quotidianamente di costruire percorsi di inclusione, coordinare servizi, attivare collaborazioni con il terzo settore e sostenere le persone più vulnerabili. Le esperienze sviluppate in numerosi territori dimostrano come le istituzioni locali e la società civile siano spesso protagoniste di pratiche innovative e inclusive. Ma nessuna rete comunitaria può sostituire stabilmente politiche nazionali adeguate, né farsi carico da sola delle conseguenze prodotte da un sistema che genera irregolarità e marginalità. La sfida che emerge da questa edizione dell’Osservatorio è dunque quella di ricomporre la frattura tra realtà sociale e azione istituzionale. Riconoscere il carattere strutturale dell’immigrazione significa investire nei servizi territoriali, rafforzare il SAI, superare il gigantismo dei CAS, garantire procedure amministrative accessibili ed efficienti e sostenere quelle reti comunitarie che già oggi producono integrazione.

Significa, soprattutto, superare una logica che continua a generare esclusione per creare una società capace di governare il cambiamento. Il vero nodo non è la presenza migrante, ma un sistema che, ignorando una società già mutata, continua a trasformare il cambiamento in irregolarità e la normalità in marginalità.

* Ricercatore di IDOS.

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