Chiesa di Santa Maria in Valle Porclaneta – Rosciolo – Magliano de’ Marsi
Share2di Matteo Biancone
Santa Maria in Valle Porclaneta è una chiesa sita a Rosciolo, frazione di Magliano de’ Marsi, all’altezza di 1022 m s.l.m., alle pendici del Monte Velino, nel verde, all’imbocco della valle Porclaneta. La chiesa è ciò che resta di un complesso benedettino, del quale è andato distrutto il monastero.
La chiesa porta nella sua denominazione il nome antico della valle, Porclaneta appunto, la cui etimologia non è certa. Alcuni hanno collegato il nome Porclaneta al termine della lingua ebraica che ha il significato di “baratro, valle profonda”, altri fanno riferimento all’espressione greca che indica manto di tufo o pietra, per la natura geologica della valle. Altre ipotesi fanno derivare il termine dal nome di un Fauno del culto locale (Porcifer o Purcefer), mentre altri hanno collegato il nome al termine “porcula” riferito ad un’antica misura dei terreni, forse con riferimento ai terreni di cui il monastero era dotato. Un’ulteriore ipotesi fa derivare il termine Porclaneta dal nome di un’erba spontanea detta “portulaca”, per altri infine il luogo avrebbe preso il nome dal fatto che la zona era stata usata per l’allevamento dei porci.
Va detto che la Valle Porclaneta era chiamata anticamente anche “Valle Merculana”.
La chiesa, non distante dall’antico insediamento medievale di Rosciolum, è antichissima, probabilmente edificata nell’XI secolo.
Alcuni studiosi hanno ipotizzato che lì precedentemente esistesse un luogo di culto più antico già in epoca altomedievale. Scavi effettuati in loco hanno evidenziato resti di mura erette con grosse pietre squadrate, proprie delle costruzioni dell’epoca romana, e alcuni studiosi hanno ipotizzato che una prima chiesa potrebbe essere stata costruita nell’alto medioevo su rovine di epoca romana.
Sull’origine di questa più antica chiesa, la cui esistenza può essere solo ipotizzata, sono state avanzate varie opinioni. Secondo alcuni la chiesa sarebbe nata quale luogo di culto dei primi cristiani sfuggiti alle persecuzioni in atto ad Alba Fucens, altri pensano che una chiesa altomedievale potrebbe essere stata eretta da monaci bizantini fuggiti dall’Oriente durante l’eresia degli Iconoclasti. Altri ancora ipotizzano che i seguaci di San Martino, legato alla protezione delle genti rurali, nel periodo tra il VII e il IX secolo avrebbero fondato qui una prima comunità di monaci, i quali dopo l’anno mille si sarebbero trasferiti nella contrada più a valle, denominata appunto San Martino. Altri ancora ritengono che i Benedettini fossero presenti in loco già prima della donazione fatta nell’XI secolo dal conte Berardo, della quale si dirà in seguito.
Se è dubbia l’esistenza di una chiesa altomedievale, in merito alla chiesa giunta fino a noi si ritiene che sia stata costruita in forme romaniche probabilmente nella prima metà dell’anno mille, come parte di un insieme conventuale oggi scomparso.
Il primo documento certo è del 1048, nel quale Berardo, Conte dei Marsi, costituì le rendite necessarie per mantenere la chiesa e il monastero, assegnandogli il territorio di Rosciolo, come riporta Pietro Diacono, monaco a Montecassino. Dopo qualche anno, il conte dei Marsi donò a Desiderio, Abate di Montecassino, quindi all’Ordine Benedettino, il monastero di Santa Maria in Valle Porclaneta e il castello di Rosciolo con tutte le sue pertinenze, l’atto di donazione sarebbe datato 1084, come riportato nelle cronache di Leone Ostiense, altro monaco cassinese. Le date delle donazioni sono riportate da diversi storici con la differenza di qualche anno.
Il dominio dei Benedettini di Montecassino sulla chiesa e sul monastero durò circa due secoli, come attestano i decreti di Lotario II del 1137 e dell’imperatore Enrico VI del 1191, che ne fa compilare il registro delle rendite. La chiesa e il monastero di Valle Porclaneta risultano elencati tra i possedimenti della chiesa benedettina prepositurale
di Santa Maria delle Grazie in Luco, la quale dipendeva dall’Abbazia di Montecassino e quale sua prepositura “amministrava” molti possedimenti benedettini nella Marsica. Per oltre due secoli la chiesa di Valle Porclaneta ebbe un ruolo rilevante; all’epoca i monasteri benedettini erano importanti nella vita di fede, ma anche nell’organizzazione sociale ed economica, poi la presenza dei benedettini venne a perdere rilevanza nel territorio e anche la chiesa perse importanza e andò incontro ad alterne vicende. I Benedettini alla fine del 1200 avevano abbandonato chiesa, i suoi beni passarono così sotto la potestà regia che ne dispose per commende e prebende ad abati e rettori di suo gradimento. La chiesa di Santa Maria in Valle Porclaneta, sia per il suo valore artistico sia per il suo consistente patrimonio (terreni, etc..), divenne per secoli oggetto di contesa tra re e papi, tra vescovi, abati e feudatari.
Tra tante controversie si giunse alla fine del 700, quando con la rivoluzione francese si diffusero ideali di laicità e il conseguente ridimensionamento degli ordini religiosi.
In questo momento storico Gioacchino Murat, divenuto re di Napoli, in un documento inviato a Giovambattista Liberati, datato 20 Marzo 1811, decretò che: “…per diritto di sovranità che a noi appartiene, vi nominiamo preposto curato di Rosciolo in Diocesi dei Marsi” (Archivio Diocesano). É evidente dunque l’interesse del Murat a conservare questo diritto nei confronti delle rivendicazioni avanzate da vescovi, abati e famiglie nobili.
Solo con il decreto del 1836 di Papa Gregorio XVI si attribuiva la chiesa alla Diocesi dei Marsi.
Con l’avvento dell’Unità d’Italia e con le successive leggi che colpirono i beni ecclesiastici, anche il ricco patrimonio della chiesa di Santa Maria fu attribuito allo stato e così molti terreni divennero beni demaniali e di fatto vennero usati da famiglie del luogo.
La chiesa, perduto il suo patrimonio, fu per molto tempo oggetto di scarsa cura, ma la sua arte medioevale non sfuggiva all’attenzione degli esperti di arte, così nel 1902 fu dichiarata monumento nazionale.
La zona fu colpita dal terremoto del 1904 e in modo più rovinoso da quello del 1915, con il quale la chiesa fu danneggiata in particolare nell’abside e in alcuni archi interni e il monastero e il campanile scomparvero definitivamente, mentre la struttura della chiesa resistette. Al terremoto seguirono altri eventi drammatici quali, guerra, epidemia di spagnola, miseria, emigrazione ecc.. e la chiesa cadde così in completo abbandono, divenendo rifugio di greggi e oggetto di spoliazioni e furti.
Interventi di mantenimento sulla chiesa furono fatti nel 1930-31 e portarono all’eliminazione di ciò che restava del porticato esterno.
A seguito della legge sulla tutela dei beni artistici del 1939, nel 1942 furono avviati dei lavori dalla Sovrintendenza dell’Aquila, ma la guerra portò all’interruzione dei lavori.
Di fatto un migliore intervento di restauro fu attuato nel 1967, a partire dal liberare le zone esterne sommerse dai riporti di terra e da folta vegetazione e dal ricostituire la pavimentazione interna e negli anni ’90 e ’91 vennero eseguiti lavori di consolidamento dell’edificio e furono oggetto di restauro alcuni elementi che erano stati danneggiati da ignoti vandali.
Dal 2013 in poi è stata realizzato l’intervento di consolidamento e restauro della copertura; il consolidamento e restauro del rivestimento in pietra della zona absidale; la bonifica delle murature dall’umidità.
Oggi la chiesa di stile romanico si presenta con la pianta di tipo basilicale classico a tre navate, con un ambiente comunicante con la navata destra, e con una sola abside centrale semicircolare, la quale nel Duecento venne decorata esternamente con tre ordini di colonnine.
La chiesa, costruita in varie fasi, risente dei modelli benedettini nella spazialità essenziale e nella decorazione plastica che risente di influssi bizantini, come vediamo nell’arredo liturgico.
Davanti all’ingresso della chiesa c’è il pronao (porticato), coperto con un tetto a doppio spiovente. Si entra in questo portico attraverso un grande arco a tutto sesto, formato da pietre squadrate, guarnito al centro da una croce in pietra decorata. L’arco del pronao poggia su due colonne recanti iscrizioni commemorative, scritte con caratteri che gli studiosi ritengono risalenti alla fine dell’XI secolo, andando così a confermare l’esistenza della chiesa nel 1080, come riportato dai documenti storici menzionati. In particolare l’iscrizione di sinistra conferma la donazione del conte Berardo e l’iscrizione di destra riporta una lode a Nicolaus, autore della chiesa, che all’epoca doveva essere ancora vivo, nella quale si auspica per lui l’onore in vita e il riposo dopo la morte.
Passato l’arco del pronao, scendendo due gradini si giunge all’ingresso della chiesa. Il portale della chiesa è in stile protogotico a sesto acuto e l’antico portone della chiesa è realizzato in legno di quercia locale.
Sovrasta il portone un timpano in cui è dipinta una Vergine con Bambino, opera risalente al ‘400.
Sulla facciata della chiesa, più a destra rispetto al pronao, si apre poi anche una piccola porta che conduce all’ambiente comunicante con la navata destra.
All’esterno, di fronte all’entrata della chiesa, a circa 26 m da essa, vediamo nel verde due pilastri e un architrave, probabilmente resti di un quadriportico posto davanti alla chiesa, comune a molte chiese antiche.
Lungo il fianco destro della chiesa si apre un piccolo portale. Le mura della chiesa sono interrotte da un’elegante bifora e due piccole monofore realizzate nel XIV secolo.
All’interno la chiesa si presenta a tre navate, divise da due file di pilastri quadrati su basi quadrate, uniti da archi che poggiano su capitelli che hanno la particolarità di non essere tutti uguali. Lo storico dell’arte Gavini ed altri datano i capitelli all’XI secolo, possono essere della stessa “bottega” anche se non della stessa mano e alcuni potrebbero aver avuto rielaborazioni nel XII secolo.
Accanto alla navata destra si trova un ambiente longitudinale, che comunica con la navata stessa attraverso un grande arco. È stato ipotizzato che questo fosse uno spazio di raccordo con il monastero scomparso, forse utilizzato come foresteria.
La chiesa ospita nella navata destra un’edicola quattrocentesca che ingloba una pietra tombale ornata con bassorilievo e nella cornice superiore è riportata l’iscrizione in latino, ritenuta dell’inizio del XII secolo, che può essere tradotta come “Questa opera è fatta da Nicolò che qui giace”. Nicolò (in latino Nicolaus) sarebbe dunque autore della chiesa e del suo stesso monumento funebre.
La chiesa ospitava in passato una lastra di pietra che riporta in bassorilievo la Madonna con Bambino, di piccole dimensioni, 45x35x15 cm, che ora si trova nel Museo del Castello di Celano. L’opera inizialmente era creduta di origine bizantina, lo storico dell’arte Gavini la considera dell’XI secolo e frutto del lavoro del citato Nicolò che realizzò la struttura della chiesa.
L’aula della chiesa è lunga 22,50 m e larga 11 m., a meta della lunghezza c’è l’iconostasi (potremmo dire quasi un tramezzo che separa l’area dell’altare dall’assemblea dei fedeli).
L’iconostasi si ritiene creata, almeno nella parte inferiore, nel XII secolo e coevi sarebbero l’ambone e il ciborio, opere elaborate e pregiate, che sono attribuite alla seconda scuola di artisti che hanno lavorato nella chiesa, dopo la fase costruttiva del maestro Nicolò e della sua scuola.
L’iconostasi, che è composta da una base sovrastata da colonnine ed è guarnita superiormente da una trabeazione lignea intagliata, si ritiene sia frutto di diversi interventi svolti nel tempo.
La base comprende due transenne di pietra, risalenti al XII secolo, quella di sinistra riporta decorazione di foglie, frutti, etc, quella di destra, composta da lastre accostate, riporta immagini di animali (uccelli, drago, leone, grifone…) aventi valore simbolico. Si ritiene che alcune parti delle transenne potrebbero aver avuto precedentemente una diversa collocazione nella chiesa o essere materiale di riuso proveniente dalla zona.
Le transenne sono sovrastate da quattro colonnine duecentesche, quelle centrali sono per metà scanalate e per metà a tortiglione, di delicata fattura, con capitelli ornati di fogliame, quelle laterali sono lisce, una di esse ha la base ornata da due piccole teste leonine, e sono sovrastate da elaborati capitelli con foglie d’acanto e foglie di palma perlinate, elementi presenti anche in altre chiese marsicane, come Santa Maria delle Grazie a Luco dei Marsi. Lo storico dell’arte Gavini, che si è dedicato allo studio dell’architettura abruzzese, parla di scuola marsicana che riprende moduli presenti nell’importante chiesa di San Clemente a Casauria.
Le colonnine duecentesche sorreggono la trabeazione (potremmo dire una cornice lignea) finemente intagliata, datata al XIII secolo, che secondo alcuni sarebbe simile a quella di Montecassino andata perduta.
Questa cornice lignea, che costituisce quindi la parte superiore dell’iconostasi, era in origine dorata e ornata con policromie e elementi dipinti andati ormai perduti. È un’opera raffinata e importante, attribuita ad artisti di scuola marsicana, lunga 4.80 m e nella parte centrale alta 1,42 m. Pochi esemplari di questo tipo sono giunti fino ai nostri giorni, poiché il legno è un materiale che deperisce facilmente.
Secondo l’opinione prevalente la trabeazione risale al XIII secolo, un periodo di splendore per la chiesa sia sotto il punto di vista artistico che storico, prima della sua decadenza. Non si conosce l’autore della trabeazione, ma viene attribuita ad artisti di scuola marsicana. Alcuni hanno ipotizzato che la trabeazione, o sue parti, potrebbero risalire ad epoca precedente alla costruzione delle colonnine su cui ora poggia, ma allo stato, non sembrano essere state espletate analisi che consentano di datare il legno, non ci sono certezze in merito.
L’ambone, risalente al XII secolo, potremmo descriverlo come la struttura rialzata dalla quale si proclamavano all’assemblea le letture sacre, è sorretto da quattro colonnine ottagonali con capitelli ricchissimi e vi si accedeva con una scala di cinque gradini. Sotto tra le quattro colonne c’è una piccola ara in pietra massiccia. L’ambone, in pietra, è ricco di varie immagini decorative e personaggi che fanno riferimento al Vecchio e al Nuovo Testamento. Sull’ambone è presente un’iscrizione che riporta i nomi degli autori dell’opera, Ruggero, figlio di Riccardo, e Nicodemo, che sono considerati autori anche del ciborio, e l’anno 1150 come anno di costruzione.
Il ciborio, altro elemento importante della chiesa, potrebbe essere descritto come un baldacchino che sovrasta l’altare. È posto nel presbiterio (zona del celebrante) che è rialzato rispetto alla zona destinata all’assemblea dei fedeli tramite tre gradini.
Il ciborio ha la base quadrata sulla quale poggiano quattro colonnine che terminano con capitelli ornati non solo con foglie, ma anche con strani volti umani. Le colonnine sono raccordate con architravi trilobati, che sorreggono una cupola ottagonale, riccamente traforata.
L’opera risente di influssi orientali, così gli architravi trilobati, finemente decorati, sono composti ognuno da tre archetti aventi la forma a ferro di cavallo, come quelli islamici.
Per il ciborio, realizzato in pietra calcarea locale e con uso di stucco, si è parlato anche di tecnica a ricamo, risentendo di influssi arabeggianti giunte in Italia tramite la Spagna e la Francia.
Alcune opere della chiesa sono state realizzate con il riuso di materiale di epoca romana, probabilmente proveniente dalle rovine della vicina Alba Fucens, così nei gradini che portano al presbiterio si vedono parti di pietra lavorata con fregio dorico e le due acquasantiere presenti nella chiesa sono realizzate con parti di colonne di epoca romana in stile corinzio.
In fondo alla chiesa una scaletta porta alla cripta.
La chiesa era stata ornata di opere pregiate, ora custodite nel Museo di Celano, quali: la già citata Madonna con Bambino (lastra con bassorilievo in pietra); la Croce Processionale, detta anche Croce degli Orsini, capolavoro di oreficeria, donata nell’anno 1334 da un membro della famiglia Orsini; la statua lignea, alta circa 40/50 cm, raffigurante il Salvatore, i cui tratti sembrano datarla alla fine del ‘400.
Gli affreschi sono di epoche, stili e scuole diverse. Si va dal pregiato affresco della Crocifissione che vediamo a lato dell’altare, datato agli inizi del XIII secolo, alla quattrocentesca Madonna con Bambino dipinta nella lunetta posta sopra la porta della chiesa. Gli affreschi sarebbero stati realizzati nel corso del tempo, dal XII al XVI secolo.
Tra i “protagonisti” dei dipinti vi sono vari Santi, San Michele Arcangelo e diverse sono le rappresentazioni della Madonna, troviamo così la Madonna del Latte, la Madonna del Pettirosso, la Madonna delle Grazie.
Tra i vari affreschi dedicati alla Vergine vi è quello presente nell’ambiente comunicante con la navata destra, detto Madonna della Mèrola o della Mèrula, il cui ritrovamento è raccontato da una vecchia leggenda, secondo la quale un pastore del luogo, entrato nella chiesa, fu incuriosito da un merlo che beccava ripetutamente l’intonaco che cadde e rese visibile l’immagine della Madonna, che oggi viene chiamata Madonna della Merula proprio dal nome dialettale del merlo.
La chiesa, che ancora oggi ci affascina per le sue bellezze artistiche e per l’eccezionale paesaggio nella quale è inserita, ha sempre suggestionato i suoi visitatori, tanto che tra gli artisti nordici che dalla fine dell’Ottocento sino al principio del Novecento viaggiarono in Abruzzo, chiamati anche Impressionisti Scandinavi, vi fu un pittore danese, Carl Budz-Moller, che in un suo dipinto rappresentò la chiesa di Valle Porclaneta come appariva alla fine dell’Ottocento, prima del terremoto del 1915 e di altre vicissitudini.
Oggi l’interno della chiesa appare molto più scarno di quanto riportato nel dipinto. Gli affreschi sulle pareti non presentano più colori così vividi, alcuni persino non esistono più, mancano oggi alcune statue presenti invece nel quadro del pittore danese, che rappresentò l’ambone rivestito di un drappo rosso e impreziosito da una croce in metallo, che non è più reperibile. All’epoca la trabeazione lignea dell’iconostasi manteneva la copertura dorata e la ricca decorazione.
La chiesa è veramente uno scrigno di cose preziose.



Fonti:
- “Guida ai monumenti storici e artistici della Marsica” di Ignazio Carlo Gavini, Adelmo Polla Editore, Agosto 2000, estratto da “Storia dell’Architettura in Abruzzo” di I. C. Gavini, 1927/1928
- “Marsica, guida storico-archeologica” di Giuseppe Grossi, Aleph editrice, Luco dei Marsi 2002
- “Architettura Medievale d’Abruzzo (Dal VI al XVI secolo)” di Mario Moretti, De Luca, Roma 1971
- “La decorazione scultorea medievale della chiesa di S. Maria in Valle Porclaneta presso Rosciolo” di Alessia Trivellone in “La Terra dei Marsi – cristianesimo, cultura, istituzioni” a cura di Gennaro Luongo, Viella, Città di Castello (PG) dicembre 2002
- “Santa Maria in Valle Porclaneta – Storia, Arte, Leggende e Tradizioni” di Don Vincenzo Angeloni, Edizioni Sogeas Avezzano, Rosciolo di Magliano dei Marsi (AQ) Agosto 2000
- “Mille anni ben portati” di Matteo Biancone sul giornale diocesano Il Velino- Lo sguardo dei Marsi
- “Chiesa di Santa Maria in Valle Porclaneta” in Wikipedia https://it.wikipedia.org/wiki/Chiesa_di_Santa_Maria_in_Valle_Porclaneta
- “Chiesa di Santa Maria in Val Porclaneta” su Abruzzo Cultura il portale culturale della Regione Abruzzo http://portalecultura.egov.regione.abruzzo.it/abruzzocultura/loadcard.do?id_card=413&force=1&theme=aritnew
- “Chiesa di Santa Maria in Valle Porclaneta ” su chieseitaliane.chiesacattolica.it https://chieseitaliane.chiesacattolica.it/chieseitaliane/AccessoEsterno.do?mode=guest&type=auto&code=88193
- “La chiesa di Santa Maria in Val Porclaneta in un raro dipinto di fine 1800: conferme per l’iconostasi che riproduce il Tempio di Salomone” di Francesco Proia, 12 Giugno 2019, su marsicalive.it https://marsicalive.it/la-chiesa-di-santa-maria-in-val-porclaneta-in-un-raro-dipinto-di-fine-1800-conferme-per-liconostasi-che-riproduce-il-tempio-di-salomone/
